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Un mondo senza alcuna logica, libero!

"Racconti significa "eccomi, questo è come io l'ho visto, questo è come io l'ho vissuto!", significa gli occhi entusiasti e sbarrati di un bambino che richiede una storia, significa se stessi sopra ogni cosa, in cima, lassù, in vetta sul mondo, su tutto! Io racconto..."

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Senza musica

April 12th, 2010 by Kyose in Racconti di vita, Racconti inventati

Prima di perdere l’udito, ogni volta che mi mettevo a scrivere ascoltavo una canzone. Ogni volta diversa, ma poi, sempre la stessa. Ascoltavo, e scrivevo.

Quando il medico mi ha detto che per me non ci sono speranze di tornare a sentire, mi sono messo a piangere, come un bambino. Mia moglie non mi ha visto. Quel giorno, non era in casa.

“Qualcuno mi ha detto che il centro dell’equilibrio sta nell’orecchio; adesso che le mie orecchie sono vuote, come ritroverò l’equilibrio? Come mi scrollerò di dosso questa vertigine che mi prende ogni volta che penso, che mi muovo, che parlo?”, ho detto al medico con le mie nuove parole vuote.

Parole come gusci rotti, che mi rimbombano in testa, parole che mi danno la nausea, come se tutto intorno si muovesse mentre io sono immobile e cado, al centro della scena. Immobile, senza poter fare niente. Senza sentire niente.

Il medico mi ha scritto su un foglio che era così. Che sarebbe stato così, per sempre. Mi ha scritto di farci l’abitudine, di riprendere la mia vita di sempre, ristabilire la routine; solo così, ha scritto, potevo ritrovare il mio equilibrio. Nelle piccole cose, come per esempio il lavoro.

Sei fortunato, mi ha scritto su quel foglio.

Tu fai lo scrittore. Puoi comunque scrivere. Non hai perso la vista. In quel caso sì, che sarebbe stata una tragedia.

“Perché, in quel caso sì?”, gli ho chiesto con le mie parole vuote.

Ancora quel movimento, la stanza in movimento, tutto in moto, tranne me. Immobile, al centro della scena. Ricordo che mi sono aggrappato alla sua mano, prima che iniziasse a scrivere per rispondermi. Lui mi ha guardato, chiedendomi con lo sguardo se fosse tutto a posto. Io ho lasciato la presa, facendogli credere di sì.

Sarebbe stata una tragedia, perché senza vedere non avresti potuto scrivere.

“Io conosco a memoria la tastiera del computer”, gli ho detto.

Parole vuote, la stanza che gira attorno a me. Vertigine, ancora, che mi afferra le gambe, mentre tutto intorno a me cade e mi trascina giù. Lui scuote la testa, sorridendomi. Non sa più che scrivere e io, infondo, lo capisco. Così lo lascio andar via, col pensiero che me ne farò una ragione, che prima o poi, lo accetterò.

Prima di perdere l’udito, ogni volta che mi mettevo a scrivere ascoltavo una canzone. Ogni volta diversa, ma poi, sempre la stessa. Ascoltavo, e scrivevo.

Qualche giorno fa, dopo la visita del medico, mi sono seduto davanti al computer. Ho aperto un vecchio file, con un racconto lasciato a metà e, istintivamente, ho acceso lo stereo. Poi, mi sono voltato a guardarlo. Lo stereo è rimasto muto, mentre si illuminava di luci rosse e verdi.

Le luci dicevano “acceso”.

L’ho spento.

Mi sono voltato di nuovo verso il racconto, lasciato a metà prima dell’incidente. Ho guardato quelle parole per ore, finché mia moglie non mi ha chiamato per la cena. Mi ha toccato una spalla e mi ha fatto segno, portandosi la mano alla bocca, che era ora di mangiare. Mi sono alzato dalla sedia sulla quale ho passato a scrivere gli ultimi vent’anni della mia vita. Mi sono alzato e le gambe se ne sono andate giù, insieme al pavimento che cedeva, sotto i piedi. Tutto ha iniziato a muoversi, nella stanza.

Hai ancora le vertigini?, mi ha scritto mia moglie su un taccuino che si porta dietro ovunque e che adesso usa per comunicare con me.

Ho annuito, ma le ho fatto segno con la mano che non era niente. Lei mi ha sorriso, comprensiva.

“Senza musica non posso scrivere”, ho detto al mio medico, il giorno seguente.

Lui mi ha guardato scuotendo la testa. Ha preso un foglio e mi ha scritto:

Allora non farlo.

Io ho letto il foglio. Ho letto quella frase sul foglio, per qualche minuto. Quando ho sentito la sua impazienza attraverso il silenzio, che sul suo volto stava disegnando una specie di smorfia, ho detto:

“Senza scrivere non posso vivere”.

Allora lui ha ripreso il foglio dalle mie mani ed ha scritto:

Invece puoi farlo.

Ma io ho scosso la testa, perché non lo credo. Ed ogni giorno che passa, ad ogni vertigine che mi provoca il silenzio che mi rinchiude, mi convinco sempre più del contrario.

Prima di perdere l’udito, ogni volta che mi mettevo a scrivere ascoltavo una canzone. Ogni volta diversa, ma poi, sempre la stessa. Ascoltavo, e scrivevo.

Questa sera, mia moglie è fuori con alcune amiche. È stato un periodo stressante per lei. Il mio incidente, i miei malumori, i miei capogiri, le visite, le liti silenziose che si accumulavano senza potersi dissolvere… Le ho detto di uscire, a cena con le sue amiche. Lei mi ha sorriso, ha pianto un po’ in bagno, poi, prima di uscire, mi ha baciato sulla bocca, come quando ci siamo sposati. Lo stesso bacio umido del giorno delle nozze. Io l’ho stretta qualche secondo di troppo e quando l’ho vista andare via, ho avuto la certezza che aveva capito.

Tra un minuto salirò sul parapetto del balcone, quello della camera da letto.

Mi sono tolto la fede e l’ho messa sul mio comodino, accanto all’orologio che mi regalò mio padre per la prima comunione.

Accendo un’ultima volta il computer.

Getto i racconti incompleti nel cestino e lo svuoto.

Sul desktop resteranno solo una cartella, “Finiti”, e questo file.

Quando spegnerò il computer, nonostante la vertigine che mi ha preso da quando ho perso l’udito, salirò su quel parapetto. Guarderò in basso per un istante, un solo istante, prima di chiudere gli occhi e lasciarmi cadere, giù, insieme a tutto quello che attorno a me non smette di muoversi. E allora, finalmente, grazie alla gravità, potrò lasciarmi alle spalle la vertigine.

E questo silenzio. Questo vuoto. Incolmabile, senza musica.

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