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"Racconti significa "eccomi, questo è come io l'ho visto, questo è come io l'ho vissuto!", significa gli occhi entusiasti e sbarrati di un bambino che richiede una storia, significa se stessi sopra ogni cosa, in cima, lassù, in vetta sul mondo, su tutto! Io racconto..."

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Quello che non ho è quel che non mi manca

June 6th, 2010 by Carla in Racconti di vita

Di lei mi ricordo l’abbraccio. Le arrivavo appena ai seni a quei tempi e quando mi abbracciava affondavo il mio viso nella sua pancia e mi ricordo il tatto, i suoi vestiti dai colori scuri: grigio, bordeaux, marrone e delle minute fantasie floreali senza allegria. Ricordo lo scialle che portava al collo ed il fazzoletto sul capo, immancabile. Vorrei ricordarmi il suo profumo.

C’è un immagine con cui Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi chiudono il film Persepolis, in cui la protagonista si addormenta ricordando l’abbraccio della nonna ed io in quella scena sento la morbidezza del ventre al quale mi sono stretta così tante volte da piccola.

Con mio padre parlava il sardo ed io non capivo quasi mai l’intero scambio di battute e lui, per questa mia mancanza ha sempre commentato, con una risata, “scarsixedda sesi”: come sei scarsa.

Avrei rimediato a quella mia mancanza alla fine dell’estate. Avrei dovuto scrivere la sua storia, l’avrei scritta in sardo per poi tradurla. Agnese aveva 81 anni di storia da raccontare e mi ricordo solo che la proposta non le dispiacque. Quelle storie però io non le ascoltai mai perché alla fine dell’estate lei se ne andò portandosele via. E così anche la mia lacuna linguistica da quel giorno non sarebbe mai stata colmata.

Da colmare c’era anche un vuoto, credo. In chiesa piansi talmente tanto che mi portarono via, ma in realtà io ero commossa più che sofferente. Mi hanno sempre commosso le unioni, nella gioia, nella sofferenza, nella solidarietà. La condivisione mi porta, quasi per un misterioso automatismo, alle lacrime.

La sua storia la ascolto ancora, a pezzi, dalla voce di chi l’ha conosciuta bene e l’idea che mi sono fatta è quella di una donna manager della povertà, una bismark della periferia più periferica, ma di cui lei era il centro e lo dominava. L’unica che, in un gioco di alleanze e zizzania avrebbe superato lo statista prussiano. “Aveva un’intelligenza luciferina ed una modernità rara da trovare”, specialmente a quei tempi ed in quei luoghi.

Tanto moderna da parlare, ai margini della campagna iglesiente degli anni ’70 della contraccezione come una cittadina metropolitana: “ai miei tempi non c’erano quelle cose che si mettono e che si prendono” diceva.. Meno male dico io, che sennò non sarei qua a scrivere di lei!

Nella via parallela a quella della sua casa, a Campo Romano, c’era una casa beige, ad un solo piano, e Ida viveva lì. Cantava sempre. Cantava quando spazzava le mattonelle grigie a fiori gialli della cucina, quando ci incamminavamo insieme verso la pasticceria di Nieco, accanto a casa, giusto in fondo alla discesa asfaltata.

La melodia ce l’ho ancora in mente, insieme a poco altro. In un paradossale gioco del destino la vita mi ha fatto dimenticare più di quanto la morte avrebbe fatto. L’ho avuta davanti agli occhi per più di 10 anni, ma nessuno sapeva dove lei fosse veramente. Ipotesi, osservazioni, a volte imbarazzi, affetto, tentativi, lacrime, sforzi, sofferenza costante hanno accompagnato quel lungo finale di percorso che mi ha fatto capire quanto il passaggio definitivo sia a volte più umano, felice e auspicabile che una vitalità biologica ad oltranza.

Donne, mogli e madri, quel lato femminile del mio passato lascia tracce indefinibili ed incomplete.

C’è chi le chiama seconde madri, chi si fa guidare dai loro consigli, incantare dai loro trascorsi, condizionare dalle loro aspettative. Io non lo so cosa mi avrebbero consigliato, né cosa avrebbero desiderato per me. Chissà. Mi piace pensare che avrebbero fatto sempre il tifo per il mio lato femminile e per quella determinazione isolana che ha permesso a loro di dare il meglio di sè e che a me, per il momento, ha fornito un salvagente quando la marea si faceva troppo alta.

Avrebbero fatto il tifo. Ed avrebbero avuto comprensione. Per le crisi adolescenziali, per le prime lotte e le prime sconfitte, per gli scontri generazionali, per la rabbia e la delusione, per la gioia incontenibile, per un primo amore allontanato con la minaccia e per gli amori rubati o sbagliati. Per la disillusione arrivata troppo presto insieme ad un’inguaribile voglia di sognare.

Avrei tante volte voluto un abbraccio per ogni lacrima. Una medicina sarda contro la sofferenza. Un abbraccio che potesse spiegare tutto, che potesse dirmi perché l’ambizione uccide, perché gli incidenti non si prevedono, perché una corda intorno al collo toglie la vita e ridona la libertà, perché non sempre si trova quella cura nascosta nella malattia. Un abbraccio che forse non avrebbe dato risposte, ma chissà, almeno attenuato il rumore assordante delle domande.

E poi quell’abbraccio lo senti, improvvisamente. E capisci che è così e basta. Che non ti è dato sapere, perché forse non è tutto questo ciò che è importante da sapere.

C’è il tram tram quotidiano, la scelta di un vestito, un progetto che sfuma, un malinteso, una corsa al parco, la ricerca di un tetto, la foga per un’impresa che comincia, le carte, gli appunti, le urla al telefono, le lunghe dormite, una diffidenza subita, una piccola delusione.

E poi ci sono le sere d’estate, un merlo che ti chiama dalla sua finestra, un bicchiere di vino bianco, candele e incensi, una canzone che non ascoltavi da anni, una risata gustosa, la complicità di una coppia d’amici, una gara tra amiche a chi scrive l’email meno sintetica, un piccolo successo quotidiano.

Un amore lontano, ma non così tanto. E prima di dormire pensi che tutto sommato è un gioco.
Un saggio cinese diceva “la vita è troppo seria per essere presa sul serio”. Me la immagino scritta con gli ideogrammi e li vedo lì, galleggiare e spazzare tutte le preoccupazioni, i rancori, le paranoie, le ansie, i futuri scenari apocalittici ed i timori immediati.
Bevo l’ultimo sorso e mi lascio andare a quell’abbraccio morbido, rasserenata dal fatto che, vada come vada, domani arriverà lo stesso. Ed io sarò lì ad aspettarlo.

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