Feeling a stranger everywhere
July 7th, 2010 by Carla in Racconti di vita
Il mondo è pieno di stereotipi, si sa. Ed ognuno, forse, nella vita è o è stato vittima di un’etichetta (tipo: sei ingegnere allora hai la mente quadrata, sei artista allora sei un fricchettone e cose del genere) soprattutto qui da noi, dove le etichette piacciono molto.
Io ho provato a dare una spiegazione a questa cosa delle etichette e ho pensato che prenderò come valida per l’Italia una spiegazione che un caro amico romano mi ha dato per Roma: siamo troppi, troppa gente in pochi chilometri quadrati, bisogna organizzare, definire tutta questa moltitudine in qualche modo.
E vabbé, al di là delle brutte conseguenze che questa organizzazione può avere sulle persone singole, prendiamo questa spiegazione per buona, giusto per rispettare la buona fede di chi usa e abusa di categorie e definizioni.
In fondo è vero: in Italia siamo davvero troppi. Siamo più di 60 milioni, ben 200 per chilometro quadrato. Avete capito bene. Significa che ogni 10 metri che fai hai la possibilità di incontrare almeno due persone, il che significa che se un giorno non vuoi vedere proprio nessuno non ti rimane che stare fermo dove sei.
Allora, se la mettiamo così, mi spiego anche l’immobilismo di questo paese: la gente ha un bisogno innato dei suoi spazi e dei suoi tempi, dei suoi momenti e del suo silenzio, così, in questa situazione demografica, non ci resta che stare fermi dove siamo.
Tutta quella storia dell’uomo che è un animale sociale etc etc.. non vuol dire che ci piace avere le persone che ci camminano ad un metro di distanza ovunque andiamo. Quella non è socievolezza ragazzi. Quella è solo molestia. E così, per evitarla, stiamo fermi. Tutto qui.
Avrei voluto avere la stessa lucidità e la stessa proprietà di linguaggio quando in Norvegia il mio papà ospitante mi mostrava orgogliosamente di cosa sono capaci i norvegesi: non sporcano, non si ammazzano tra di loro (al massimo se stessi, ma il danno provocato non a terzi ci sta…), riciclano, discutono pacificamente, lavorano con dedizione e passione ed una serie di cose bellissime che non sto qui ad elencare.
Premettendo che adoro la Norvegia ed in generale i paesi nordici; penso però che nessuno meriti di essere risparmiato da qualche osservazione, così, giusto per non peccare di superbia.
Posso dire con assoluta certezza, dopo quasi 10 anni di tentativi ed esperimenti, che quel sistema, ahimé, non è di facile importazione.
Partiamo dalla pulizia. La neve, da sola, non sporca. I prati conservati in luoghi freschi e asciutti non si seccano, non si trasformano in fango e poi in POLVERE e quindi, non portano sporcizia.
Va da sé che essere puliti dove non c’è sporco è molto facile. Adesso non vorrei che gli affetti da xenofobia latente sostituiscano i loro “sporco qui e sporco là” con dei più-politically-correct “impolverato qui, impolverato là”… Era solo un modo per dire che la pulizia talvolta è un compito facilitato per alcuni e non per altri… E non parlo solo della polvere.
A 69,14 gradi di latitudine ho visto gente sudare a neanche 20 gradi centigradi… non sudare, grondare come una trapunta appena lavata e stesa fuori dal balcone! E mentre stupita di tale sensibilità cutanea osservavo le persone intorno a me, indossando la mia immancabile giacchetta di cotone, mi sentivo dire “tu hai sicuramente caldo, solo che vuoi far vedere che non lo soffri”. Ma cosa dovrei soffrire?! Sopportavo bene quel tepore primaverile, un po’ meno l’atteggiamento odioso di alcuni, quello si universale, a differenza della pulizia, e certamente senza suolo e bandiera.
Poi lassù si discuteva pacificamente. Si, è vero. Per me un vero e proprio relax. Niente urla, niente sovrapposizione di voci e pareri, tutto era chiaro e tutto era tranquillo. Tutto questo con 14 abitanti per chilometro quadrato, il che significa che per discutere con qualcuno lo devi proprio andare a cercare. E dopo che sei andato a cercarlo ci vuoi anche litigare? Sarebbe troppo irragionevole per della gente che calcola i pro e i contro anche dell’andare in vacanza.
Ecco, io direi che ad alcuni piace vincere facile e questi sono proprio i norvegesi! Ma sarei ingiusta e cadrei anche io nel vortice degli stereotipi se mi limitassi a ciò. Per questo vorrei spezzare una lancia in loro favore demolendo qualche stereotipo al contrario che anche loro, come tutti, subiscono. Ed allora, sulla scia di un libro che mi è caro, che si intitola “In Sardegna non c’è il mare- vorrei sfatare anche io qualche mito.
I norvegesi, e più in generale i nordici, sono un popolo freddo ed individualista.
Freddo… nel senso della temperatura corporea? 37 gradi come prevedono le condizioni di sopravvivenza umana. Nel senso del far festa, beh, ho partecipato a feste di studenti, di paese, di famiglia, comandate e non, in cui ho riso, chiacchierato e ballato – anche senza alcool- come e quanto quaggiù. Di freddo c’era la neve e le bibite rinfrescanti, quello si.
Individualisti nel senso che pensano a loro stessi? Volete dire discreti? O che pensano ai loro affari? E quelli che si iscrivono ad un partito per vincere una gara d’appalto o che dirigono un sindacato per vincere un concorso o avere ferie pagate doppie stanno pensando a chi? Alla comunità? Ho visto rispettare regole condivise in ogni contesto, dalla scuola, alle poste, dal commerciante, all’impiegato postale e questo mi sembra il primo modo di esprimere un senso di comunità.
Ed io? Anche io sono stata vittima di stereotipi, in quanto sarda, in quanto italiana, in quanto europea. Da quando andavo in colonia da bambina e mi sentivo chiedere se in Sardegna c’erano i negozi, se mio padre era pastore e se ballavo il ballo sardo. Le risposte sono, rispettivamente, si, no, no. Così, a titolo informativo.
Poi sono passata ai “non so se mi posso fidare di te, sei italiana”, fino al più edificante “tu sei saggia, perché sei europea”. Inutile dire che di fronte a tali affermazioni qualche domanda mi si è posta! La prima è stata: perché tutti hanno qualcosa da dire sulla mia provenienza tranne me?
“Da dove vieni? Sardegna. Ah bello!”… ma perché? Belle le spiagge? Bello il paesaggio? Bello essere turista… si, ma non di se stessi, come saggiamente dice il caro Marcello Fois.
E poi il giro si chiude, quando si torna a casa. “La parigina, quella che ha studiato l’inglese, la donna di mondo, quella che se la tira, la sarda-norvegese”… e nel paese dei nomignoli, dove anche una Olga può diventare Luigina per i più, io divento tutte quelle cose e mi manca terribilmente il mio nome. Cinque lettere, semplice.
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