L'altra metà del cielo
March 17th, 2010 by claudia in Racconti autobiografici
Varie amiche spesso mi hanno suggerito di scrivere dei miei uomini che avrei fatto soldi!
A parte gli ex, che già son quello che sono, parliamo dei miei “non”, per esempio l’ultimo: l’Omo-sola, detto anche Quintino.
Il suo soprannome è scritto in maiuscolo, grammaticalmente corretto ma, dal mio punto di vista, significa che dopo tutto non si è comportato malissimo! C’è chi ha il soprannome scritto in minuscolo per sommo dispregio.
Dunque, Quintino: occhi splendidi, a volte blu a volte verdi, quando li aveva verdi ci provava, nonostante tutto io li preferivo blu. Una sera dagli occhi blu, ci eravamo appena conosciuti (forse per questo era arrivato in anticipo lui che più che il quarto d’ora accademico fa la mezz’ora), e, visto che non aveva il mio numero ma sapeva che sarei stata a quel cinema a quell’ora, mi stava aspettando.
In realtà sono arrivata un quarto d’ora dopo, a film iniziato, ma lui era ancora lì con un suo amico e un’altra ragazza, in tutto avremmo fatto due coppie; gli altri due nel frattempo hanno iniziato a litigare e lui, confuso dalla situazione e dalla mia fretta di entrare, non ha trovato di meglio che seguire loro non so dove invece di seguire me nel cinema.
Il fine settimana successivo, mentre ci avviavamo con degli amici ad una cena, dopo aver perso tre occasioni per chiedermi il numero, entrati nel locale, alla luce dei neon ho notato la particolarità dei suoi occhi, e del carattere, infatti quella sera era molto più disinvolto, ci ha provato e gli ho anche risposto che se ne poteva parlare! Non so se si risponde così, in ogni caso lui ha capito ma eravamo arrivati con macchine diverse e una volta fuori, si è fatto trascinare dalla compagnia nella macchina sbagliata.
C’è stato anche un concerto ma aveva gli occhi blu, l’ultima sera di carnevale invece, quando pensavo di non interessargli più, gli chiedo il cavatappi e mi risponde:
“Ah, solo il cavatappi?“
con un qualcosa nell’espressione e nella voce che mi ha fatto esclamare:
“Birbante!”
solo per temporeggiare e spostare la conversazione in un ambiente un po’ più privato, visto che c’erano tutti i suoi amici a portata d’orecchio e io ho avuto la faccia tosta di presentarmi a casa sua per lasciargli quel benedetto numero di cellulare ma nonostante questo mi intimidisco facilmente!
Non ho capito se l’ha preso per un no definitivo o se gli bastava sapere che in caso ne avremmo parlato, non per essere pignoli ma non avevo specificato in che termini, comunque quando ho cercato di incontrarlo a quattr’occhi ecco che si nega, pensando di averlo scoraggiato ho insistito, gli ho scritto ben due messaggi in una settimana!
Alla fine ci siamo anche visti, ma avendo gli occhi azzurri… Io però ho messo le cose in chiaro, “Ora devi invitarmi tu!” Non l’ho detto per orgoglio, ma per evitare situazioni imbarazzanti e non ho più cercato di organizzare niente.
Il fine settimana successivo l’ho pescato in salute e a un appuntamento con un’altra quando si era dato malato, stufa delle sue scuse, ho fatto una cosa che dicono cattivissima, gli ho scritto un sms:
“Sei il quinto dei magnifici quattro: l’Omo-sola!”
Lui ha provato a replicare ma è finita lì.
Tutto questo si è svolto nell’arco di tre settimane, forse ho poca pazienza.
Una mia amica mi aveva detto che in ordine di “peggiorità” crescente:
“Ci sono quelli che ci provano con te, quelli con cui ti metti, e quelli che ti piacciono.”
Se due delle condizioni o meglio se la prima e la terza sono verificate, chi mi circonda comincia a cuocere popcorn per godersi lo spettacolo.
Leggi la seconda parte del racconto: La scommessa.
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