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	<title>OkRacconti &#187; Racconti inventati</title>
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	<description>Un mondo senza alcuna logica, libero!</description>
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		<title>L&#039;ombra azzurra</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 12:46:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E vissero felici e contenti&#8230; per un po&#8217;! La Sposa era giovane e con Lui imparò l&#8217;amore. Lui viveva in una grande magione con decine e decine di stanze e Lei si divertiva a esplorarle. Aveva infatti ricevuto in dono dal suo Amore un enorme e prezioso mazzo di chiavi: ogni chiave le avrebbe aperto una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-di-fantasia/lombra-azzurra/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>E vissero felici e contenti&#8230; per un po&#8217;!</p>
<p>La Sposa era giovane e con Lui imparò l&#8217;amore. Lui viveva in una grande magione con decine e decine di stanze e Lei si divertiva a esplorarle. Aveva infatti ricevuto in dono dal suo Amore un enorme e prezioso mazzo di chiavi: ogni chiave le avrebbe aperto una porta del castello.</p>
<p>Per mesi e mesi la ragazza si divertì a curiosare e a scoprire specchi, mobili, vestiti, suppellettili di ogni foggia, vecchie foto, giocattoli, libri, scarpe&#8230; ma un giorno arrivò all&#8217;ultima chiave, una chiave minutissima e di vecchio stampo, senza riuscire a trovare la corrispondente serratura. </p>
<p>Il buon umore della donna svanì di colpo, ed ella iniziò a vagare per il castello triste e malinconica alla ricerca dell&#8217;ultima porta. Passò poco tempo, e la relazione con lo Sposo iniziò ad incrinarsi, la Sposa era infatti sempre più infuriata con lui perché pensava che le stesse nascondendo qualcosa, finché un mattino calò un&#8217;ombra azzurrina sulla vita di<span id="more-1185"></span> entrambi.</p>
<p>Da lontano la giovane scorse avvicinarsi ed ingigantirsi una macchia scura nel cielo: quando fu veramente vicina riconobbe una nuvola immensa di farfalle azzurre che avvolsero lo sposo e lo portarono via con loro. La ragazza, disperata, nei giorni successivi prese a vagare senza meta per il castello.</p>
<p>Una sera d&#8217;estate, finì senza accorgersene in una zona dell&#8217;edificio che normalmente restava in ombra. I nervi tesi, gli occhi sgranati, la ragazza cedette all&#8217;istinto di cercare ancora la porta misteriosa, e fu lì e in quel preciso istante che gli apparve davanti, quasi per magia, una porta di legno antico e consunto dai tarli, che non aveva notato prima.</p>
<p>Stupita e quasi felice della scoperta, inserì la minuscola chiavetta che portava ormai legata al collo e, emozionata, sentì che si incastrava perfettamente e riusciva a girare. Afferrò la maniglia, la abbassò dolcemente, tirò la porta a sé con un cigolio e&#8230; quel che vide la fece rimanere di sasso.</p>
<p>La ragazza cadde in ginocchio, le mani fra i capelli, le lacrime agli occhi. Ma cosa c&#8217;era in quella stanza? Nella parete più lontana imperava un enorme ritratto dello Sposo dipinto in maniera eccellente tanto da sembrare vivo.</p>
<p>Ma non del suo sposo come lo conosceva lei. Era il dipinto del suo sposo da vecchio: un essere fragile, rugoso, dagli occhi vitrei e stanchi, sofferente. Non aveva niente a che vedere con l&#8217;Uomo che lei aveva amato: bello, forte, coraggioso, malizioso. </p>
<p>La ragazza si alzò in piedi, e si avvicinò con il cuore che le batteva fortissimo in petto. Quando si trovò vicinissima al dipinto, cominciò a scrutarlo meglio, a seguire le linee delle rughe, a indovinare il motivo dei calli alle mani e dell&#8217;espressione sofferente.</p>
<p>Percorse con lo sguardo i capelli bianchi e radi e, all&#8217;improvviso, la prese un moto di commozione. Quell&#8217;essere rappresentato non le sembrava più tanto mostruoso e diverso da lei: sentì invece di volergli bene, di volergli accarezzare la testa e curare le piaghe.</p>
<p>Si mise a piangere calde lacrime, invasa dalla nostalgia, e fu allora che la nuvola azzurra ritornò per riportarle l&#8217;uomo che avrebbe amato per sempre.</p>
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		<title>Quaranta passi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 13:26:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>OkNetwork</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A ventisei anni, quaranta passi, non sono niente. Sai di giocarti tutto, sei consapevole di poter cambiare le sorti del tuo paese. Ma sorridi, l’hai sempre fatto. Anche adesso che tutt’intorno hai così tanta gente che ti osserva, in attesa, in quello strano silenzio. Sorridi. Pensando a quella sera: a quando papà se ne è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-inventati/quaranta-passi/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>A ventisei anni, quaranta passi, non sono niente. Sai di giocarti tutto, sei consapevole di poter cambiare le sorti del tuo paese.</p>
<p>Ma sorridi, l’hai sempre fatto. Anche adesso che tutt’intorno hai così tanta gente che ti osserva, in attesa, in quello strano silenzio. Sorridi. Pensando a quella sera: a quando papà se ne è andato, per chissà quale motivo.</p>
<p>Ti ricordi quella stanza e tutte quelle persone assiepate dinanzi alla tv. Sorridi. A. era nella tua stessa situazione: un pallone, uno stadio, un dischetto. E la possibilità di un risultato incredibile.</p>
<p>Il papà ti aveva portato con sé, era il tuo compagno di gioco, l’amico più fidato. Negli ultimi tempi stava male. Ricordi il tiro e quella strana traiettoria. Fuori. Ricordi le<span id="more-1108"></span> lacrime, tra quelle mille bandiere verdi, rosse e gialle.</p>
<p>Ricordi le tue lacrime. Soprattutto quando il papà, quella stessa sera, durante il ritorno alla vostra casa di terra e fieno, si era accasciato all’improvviso. L’avevi chiamato tante volte. Aveva gli occhi sbarrati, ti fissava. Lo avevi chiamato ogni volta più forte: “Papà, papà”. Ma non ti aveva mai risposto.</p>
<p>“Non è niente, vedrai che tutto si sistemerà” ti rassicurava sempre la mamma, vedendoti preoccupato. Eri piccolo, troppo piccolo. Spesso la vedevi piangere ma non capivi il perché. Il dottore passava ogni tanto nel villaggio, la mamma vi faceva accomodare all’aria aperta.</p>
<p>Attendevi qualche minuto per salutarlo, sulla testa un soffitto blu scuro, carico di stelle che ogni volta provavi a contare. Lo attendevi in fila, assieme ai tuoi tre fratelli. Una sincera stretta di mano a James, David e Stephan.</p>
<p>Da te, Luke, il più giovane, quel camicione bianco si congedava con una carezza a quei capelli così neri e ricci. “Ciao Luke” ti diceva. Tu, con quei grandi occhi scuri, lo fissavi dal basso e, senza mai proferire una parola, lo ringraziavi: perché, quando se ne andava, il papà per un po’ stava meglio. E poteva venire a giocare con te, con quel pallone scuro che si era rotto chissà quante volte.</p>
<p>E che la nonna, con ago e filo, risistemava sempre. “Un giorno diventerai un calciatore” ti ripeteva Hector, il tuo papà. Tu ci speravi, era il tuo sogno. Lui in quella strana porta, con i pali fatti d’albero e senza traversa. E tu a calciare per ore, per giorni interi, senza sosta.</p>
<p>Fino a quando, ogni sera, la mamma vi chiamava: “Luke, Hector, venite”. Ti caricava sulle spalle, ti sentivi altissimo; la palla, l’altra fedele compagna di gioco, tra le mani. Ti piaceva quel suo passo ritmato: quel breve su e giù del tragitto fino alla casa. Quaranta passi più o meno.</p>
<p>Quella triste sera se ne era andato, senza dire nulla, senza più risponderti. Lo stesso avevi fatto tu, qualche anno dopo. Nel villaggio era arrivato un signore, ti aveva visto giocare. Ti aveva chiesto di seguirlo perché “un giorno diventerai un calciatore”, ti aveva detto.</p>
<p>Proprio come ti ripeteva Hector. Crescevi e il pallone era rimasto l’unico amico. Immaginavi il papà, in quella strana porta. Chiacchieravi, come facevi sempre quando giocavate insieme, nonostante fossi solo. Calciavi tra i due alberi, senza traversa. Ogni giorno più bravo, ogni giorno più preciso. La stessa passione. Ripercorrevi ogni volta quei quaranta passi, non più sulle sue spalle, per ritornare dalla mamma, da James, David e Stephan.</p>
<p>Fino a quella mattina. Un bacio, le tue poche cose raccolte in una sacca, le lacrime della nonna, la palla ricucita per l’ennesima volta, tra le sue vecchie mani. E via. In quella città così grande, tra quei ragazzi tanto bravi. Anche più di te. Alla mamma scrivevi: “Qui tutto bene, è bellissimo”. Ma non era vero. Ti mancava lei, ti mancava papà, la nonna, James, David e Stephan.</p>
<p>Ti mancava quella porta così strana, ti mancavano quei quaranta passi. Il pallone non era più lo stesso, le porte nemmeno. Non c’erano alberi, né campi polverosi. C’erano persone a vedere le partite, i terreni verdi, i compagni di squadra. Non c’erano più quei quaranta passi. Ma l’autobus e il treno con i quali raggiungevi l’allenamento.</p>
<p>Passavano gli anni, il calcio non era più un divertimento. Ma un vero e proprio lavoro. Ogni sera, prima di addormentarti, ripensavi alle parole del papà e di quello strano signore: “Un giorno diventerai un calciatore”. Era vero. Lo eri diventato. Adesso, a vent’anni di distanza, lo sei.</p>
<p>Hai un rigore da calciare, la maglia del tuo paese sulle spalle, un mondiale da giocare, un sogno da realizzare: proprio come A. quella sera. Lo stadio è gremito ma c’è uno strano silenzio. Sorridi. Ripensi ad A., alle tante persone assiepate davanti alla tv. Ripensi alla strana porta che non c’è più.</p>
<p>Non hai di fronte il tuo papà, ma un ragazzo come te. Sorridi. Ripensi alla polvere del tuo primo campetto, ai tragitti sulle sue spalle. Guardi le stelle, provi a contarle. Pensi a quei quaranta passi. Per gli altri sono pochi. Per te, sono tutto.</p>
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		<title>Senza musica</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 10:17:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kiyose</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prima di perdere l’udito, ogni volta che mi mettevo a scrivere ascoltavo una canzone. Ogni volta diversa, ma poi, sempre la stessa. Ascoltavo, e scrivevo. Quando il medico mi ha detto che per me non ci sono speranze di tornare a sentire, mi sono messo a piangere, come un bambino. Mia moglie non mi ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-di-vita/senza-musica/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Prima di perdere l’udito, ogni volta che mi mettevo a scrivere ascoltavo una canzone. Ogni volta diversa, ma poi, sempre la stessa. Ascoltavo, e scrivevo.</p>
<p>Quando il medico mi ha detto che per me non ci sono speranze di tornare a sentire, mi sono messo a piangere, come un bambino. Mia moglie non mi ha visto. Quel giorno, non era in casa.</p>
<p>“Qualcuno mi ha detto che il centro dell’equilibrio sta nell’orecchio; adesso che le mie orecchie sono vuote, come ritroverò l’equilibrio? Come mi scrollerò di dosso questa vertigine che mi prende ogni volta che penso, che mi muovo, che parlo?”, ho detto al medico con le mie nuove parole vuote.</p>
<p>Parole come gusci rotti, che mi rimbombano in testa, parole che mi danno la nausea, come se tutto intorno si muovesse mentre io sono immobile e cado, al centro della scena.<span id="more-710"></span> Immobile, senza poter fare niente. Senza sentire niente.</p>
<p>Il medico mi ha scritto su un foglio che era così. Che sarebbe stato così, per sempre. Mi ha scritto di farci l’abitudine, di riprendere la mia vita di sempre, ristabilire la <em>routine</em>; solo così, ha scritto, potevo ritrovare il mio equilibrio. Nelle piccole cose, come per esempio il lavoro.</p>
<p><em>Sei fortunato</em>, mi ha scritto su quel foglio.</p>
<p><em>Tu fai lo scrittore. Puoi comunque scrivere. Non hai perso la vista. In quel caso sì, che sarebbe stata una tragedia.</em></p>
<p>“Perché, in quel caso sì?”, gli ho chiesto con le mie parole vuote.</p>
<p>Ancora quel movimento, la stanza in movimento, tutto in moto, tranne me. Immobile, al centro della scena. Ricordo che mi sono aggrappato alla sua mano, prima che iniziasse a scrivere per rispondermi. Lui mi ha guardato, chiedendomi con lo sguardo se fosse tutto a posto. Io ho lasciato la presa, facendogli credere di sì.</p>
<p><em>Sarebbe stata una tragedia, perché senza vedere non avresti potuto scrivere.</em></p>
<p>“Io conosco a memoria la tastiera del computer”, gli ho detto.</p>
<p>Parole vuote, la stanza che gira attorno a me. Vertigine, ancora, che mi afferra le gambe, mentre tutto intorno a me cade e mi trascina giù. Lui scuote la testa, sorridendomi. Non sa più che scrivere e io, infondo, lo capisco. Così lo lascio andar via, col pensiero che me ne farò una ragione, che prima o poi, lo accetterò.</p>
<p>Prima di perdere l’udito, ogni volta che mi mettevo a scrivere ascoltavo una canzone. Ogni volta diversa, ma poi, sempre la stessa. Ascoltavo, e scrivevo.</p>
<p>Qualche giorno fa, dopo la visita del medico, mi sono seduto davanti al computer. Ho aperto un vecchio file, con un racconto lasciato a metà e, istintivamente, ho acceso lo stereo. Poi, mi sono voltato a guardarlo. Lo stereo è rimasto muto, mentre si illuminava di luci rosse e verdi.</p>
<p>Le luci dicevano “acceso”.</p>
<p>L’ho spento.</p>
<p>Mi sono voltato di nuovo verso il racconto, lasciato a metà prima dell’incidente. Ho guardato quelle parole per ore, finché mia moglie non mi ha chiamato per la cena. Mi ha toccato una spalla e mi ha fatto segno, portandosi la mano alla bocca, che era ora di mangiare. Mi sono alzato dalla sedia sulla quale ho passato a scrivere gli ultimi vent’anni della mia vita. Mi sono alzato e le gambe se ne sono andate giù, insieme al pavimento che cedeva, sotto i piedi. Tutto ha iniziato a muoversi, nella stanza.</p>
<p><em>Hai ancora le vertigini?</em>, mi ha scritto mia moglie su un taccuino che si porta dietro ovunque e che adesso usa per comunicare con me.</p>
<p>Ho annuito, ma le ho fatto segno con la mano che non era niente. Lei mi ha sorriso, comprensiva.</p>
<p><em>“Senza musica non posso scrivere”</em>, ho detto al mio medico, il giorno seguente.</p>
<p>Lui mi ha guardato scuotendo la testa. Ha preso un foglio e mi ha scritto:</p>
<p><em>Allora non farlo</em>.</p>
<p>Io ho letto il foglio. Ho letto quella frase sul foglio, per qualche minuto. Quando ho sentito la sua impazienza attraverso il silenzio, che sul suo volto stava disegnando una specie di smorfia, ho detto:</p>
<p><em>“Senza scrivere non posso vivere”.<br />
</em><br />
Allora lui ha ripreso il foglio dalle mie mani ed ha scritto:</p>
<p><em>Invece puoi farlo.</em></p>
<p>Ma io ho scosso la testa, perché non lo credo. Ed ogni giorno che passa, ad ogni vertigine che mi provoca il silenzio che mi rinchiude, mi convinco sempre più del contrario.</p>
<p>Prima di perdere l’udito, ogni volta che mi mettevo a scrivere ascoltavo una canzone. Ogni volta diversa, ma poi, sempre la stessa. Ascoltavo, e scrivevo.</p>
<p>Questa sera, mia moglie è fuori con alcune amiche. È stato un periodo stressante per lei. Il mio incidente, i miei malumori, i miei capogiri, le visite, le liti silenziose che si accumulavano senza potersi dissolvere… Le ho detto di uscire, a cena con le sue amiche. Lei mi ha sorriso, ha pianto un po’ in bagno, poi, prima di uscire, mi ha baciato sulla bocca, come quando ci siamo sposati. Lo stesso bacio umido del giorno delle nozze. Io l’ho stretta qualche secondo di troppo e quando l’ho vista andare via, ho avuto la certezza che aveva capito.</p>
<p>Tra un minuto salirò sul parapetto del balcone, quello della camera da letto.</p>
<p>Mi sono tolto la fede e l’ho messa sul mio comodino, accanto all’orologio che mi regalò mio padre per la prima comunione.</p>
<p>Accendo un’ultima volta il computer.</p>
<p>Getto i racconti incompleti nel cestino e lo svuoto.</p>
<p>Sul desktop resteranno solo una cartella, “Finiti”, e questo file.</p>
<p>Quando spegnerò il computer, nonostante la vertigine che mi ha preso da quando ho perso l’udito, salirò su quel parapetto. Guarderò in basso per un istante, un solo istante, prima di chiudere gli occhi e lasciarmi cadere, giù, insieme a tutto quello che attorno a me non smette di muoversi. E allora, finalmente, grazie alla gravità, potrò lasciarmi alle spalle la vertigine.</p>
<p>E questo silenzio. Questo vuoto. Incolmabile, senza musica.</p>
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		<title>Nascita di un delfino all&#039;acquario di Genova</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 18:13:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono pazza? Ciao!&#8230; ciao!&#8230; scivolo veloce, volo, gioco con sfere trasparenti. Sono bellissima!!! Sono mamma ora, mio figlio è sempre con me, è bella la maternità, vorrei sentire sempre al mio fianco questo guizzo di luce animato, insegnargli tutto quello che so, insegnargli la vita, come difendersi dai pericoli, come procurarsi da mangiare, come godere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-di-fantasia/nascita-di-un-delfino-allacquario-di-genova/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Sono pazza? Ciao!&#8230; ciao!&#8230; scivolo veloce, volo, gioco con sfere trasparenti. Sono bellissima!!!</p>
<p>Sono mamma ora, mio figlio è sempre con me, è bella la maternità, vorrei sentire sempre al mio fianco questo guizzo di luce animato, insegnargli tutto quello che so, insegnargli la vita, come difendersi dai pericoli, come procurarsi da mangiare, come godere dei regali che ogni giorno la natura ci offre, prima che cresca e se ne vada per la sua strada.</p>
<p>Ma&#8230;oh! quando inizio a raccogliere le idee dopo una sua domanda (una domanda qualsiasi, anche semplicissima) nella mia mente si crea un vuoto, un vuoto nero. Caro si fa così&#8230; esiste questo, esiste quello&#8230; esiste cosa? Si fa come? Eppure lo sapevo! Lo sapevo&#8230;</p>
<p>Sono pazza? Ciao!&#8230;ciao!&#8230; scivolo veloce, volo, gioco con sfere trasparenti. Sono bellissima!!!</p>
<p>Vedi caro, sono sicura che dovrei insegnarti qualcosa, ma in effetti forse la vita è un qualcosa di veramente &#8220;piccolo&#8221;. In realtà si può solo apprezzare il cielo, che cambia colore dall&#8217;alba al tramonto, e che è la mia più grande fonte di stupore, e la consistenza<span id="more-627"></span> dell&#8217;acqua, il rumore che fanno gli spruzzi, le bolle che salgono dal basso e con cui si può giocare se le si trattano bene senza romperle in mille pezzettini. Si può apprezzare anche la compagnia del mio amico e compagno, tuo padre, che è sempre accanto a noi, giorno e notte.</p>
<p>Finito. Ah! no, non proprio finito. Ci sono anche i padroni del mondo. Sono i tuoi Dei, li devi rispettare, devi fare il simpatico ed essere docile sennò non ti daranno le acciughe più buone, non ti accudiranno come è da sempre nell&#8217;ordine del mondo. A volte ti vorranno toccare, a volte ti guarderanno con i loro piccoli occhi attraverso la parete magica. Sono esseri superiori, sono Dei, ci controllano ogni istante della nostra vita, ci fanno capire cosa vogliono che facciamo. Vanno matti per i salti! Chissà, forse anche loro amano il rumore degli spruzzi&#8230;</p>
<p>Sono pazza? Ciao!&#8230;ciao!&#8230; scivolo veloce, volo, gioco con sfere trasparenti. Sono bellissima!!!</p>
<p>Piccolo mio, devo dirti che forse sono pazza. Alcune notti fa, dopo averti partorito, ho sognato cose che mi hanno stravolto. Ho sognato un cielo grandissimo, infinitamente più grande del bel cielo quadrato che sta sopra la nostra testa. Ho sognato tanta acqua, pesci vivi -VIVI!!-  intorno a me, che ti insegnavo a cacciare; altri delfini, forse più belli e forti di noi, che raggiungevano velocità inaudite e con cui giocavamo; esseri curiosi e stranissimi dai mille colori e dalle mille forme che ti riempivano di meraviglia e di stupore. Il fondo non era piatto e glabro come dovrebbe essere, ma un tappeto di colori che NON CONOSCO! Non sfumature di blu, o di rosso, o di giallo, ma altri colori luminosi, vegetali, terrestri (ma cosa sto dicendo??). Non c&#8217;era traccia degli Dei, e mi sentivo così libera, felice, così innamorata di me stessa e degli altri amici che avevo intorno!</p>
<p>Non so perché ma da quel momento sento in me come una voglia di fuggire, di scappare, di raggiungere quel sogno impossibile che mi ossessiona, che pazza che sono, che stupida: ho paura che gli Dei se ne accorgano e ti portino via da me&#8230;</p>
<p>&#8230; scivolo veloce, volo, gioco con sfere trasparenti. Faccio finta di niente.</p>
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		<title>Fuga</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2010 11:44:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti inventati]]></category>
		<category><![CDATA[fuga]]></category>
		<category><![CDATA[lavanda]]></category>
		<category><![CDATA[provenza]]></category>

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		<description><![CDATA[- Ma… dove siamo??.. posso toglierla ora? - Sì sì, ma mantieni gli occhi chiusi, ok? Non aprirli ancora, capito? Non aprirli!! - Va bene va bene. Tanto avrei difficoltà dopo tutto quel buio. Ma quanto abbiamo camminato?? - Sono passate 5 ore, sono le 12.30. - Le 12.30? oddio, ma dove siamo?? Ma perché? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-inventati/fuga/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>- Ma… dove siamo??.. posso toglierla ora?</p>
<p>- Sì sì, ma mantieni gli occhi chiusi, ok? Non aprirli ancora, capito? Non aprirli!!</p>
<p>- Va bene va bene. Tanto avrei difficoltà dopo tutto quel buio. Ma quanto abbiamo camminato??</p>
<p>- Sono passate 5 ore, sono le 12.30.</p>
<p>- Le 12.30? oddio, ma dove siamo?? Ma perché? Dovevi dirmelo, dovevi chiedermi se fossi d’accordo.</p>
<p>- Dai dai, tranquillo. Se il viaggio è trascorso veloce, ti bendo anche al ritorno.</p>
<p>- Non fare la spiritosa. Allora?? Ci siamo?</p>
<p>Scendono dalla macchina, lei per prima, lui per secondo aiutato da lei.</p>
<p>- Fermo così, ecco. E ora facciamo quattro passi.</p>
<p>Lui non sembrava essere a suo agio. Per tutto il tempo del viaggio non aveva pronunciato parola, né si era incuriosito al luogo che stavano raggiungendo. Sembrava <span id="more-373"></span>che avesse passato tutto il tempo a pensare. Lei aveva deciso per entrambi. Diceva che un viaggio lo avrebbe distratto il dovuto. Ma chissà se sarebbe stato veramente così. Certe cose non possono essere rimosse neanche per un secondo. Tuttavia un tentativo non costava nulla. E c’era tutto da guadagnare.</p>
<p>- Basta. Torniamo indietro</p>
<p>- Smettila, ci siamo, siamo quasi nel punto esatto.</p>
<p>- Ma cos’è, sento un ronzio. No no no, lasciami qua, io non vengo. Sono tantissimi..</p>
<p>- Tranquillo tranquillo, ti garantisco che non è nulla. Fidati una buona volta.</p>
<p>Non è stato facile. Quel giorno la pioggia allagava ogni sogno. La notte non era stata riposante. Il letto, quella mattina, era tutto sudato. La sveglia non aveva suonato, si era dimenticata. Il ritardo a lavoro e la pioggia che continuava a cadere lasciavano buone speranze di miglioramento della giornata, siccome era ancora all’inizio e era iniziata non nel migliore dei modi.</p>
<p>- Sei pronto? Ora ti tolgo la benda. Conto fino al tre.</p>
<p>- Veloce, sono stanco.</p>
<p>- 1…</p>
<p>- 2…</p>
<p>- ….</p>
<p>Ritornò tardi a casa la sera. La sua famiglia lo aspettava a casa per cena. Se li immaginava già, seduti, tutti e tre intorno al tavolo a inventare qualche strano scherzo per vendicarsi del ritardo del padre. Ma per fortuna questa volta non era in ritardo. In casa non c’era nessuno…</p>
<p>Il giorno dopo, sul giornale locale, la prima pagina riportava una notizia di cronaca. Un incidente stradale, alla guida c’era una donna, che tornava dalle scuole elementari della zona con i suoi due figli, dirigendosi verso casa.</p>
<p>- 3&#8230;</p>
<p>- ………………………………………………………</p>
<p>-ehi ehi. Tutto bene?&#8230; hai una faccia?!!</p>
<p>Uno sterminato campo viola. Lavanda. Piante di lavanda a destra e a sinistra a perdita d&#8217;occhio.</p>
<p>Prese la rincorsa e saltò.</p>
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		<title>Curriculum Vitae</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 13:36:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti inventati]]></category>
		<category><![CDATA[curriculum vitae]]></category>
		<category><![CDATA[Hermann Stevenson]]></category>
		<category><![CDATA[torre di pisa]]></category>

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		<description><![CDATA[Nome, Cognome: Hermann Stevenson Data di Nascita: 30/12/1980 Luogo di Nascita: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.. Attestati di studio: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.. Esperienze professionali: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;. Luogo delle esperienze: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230; Stato civile: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.. Malattie avute: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.. Ultimi paesi tropicali visitati: &#8230;. Annotazioni personali: Stato in Alaska in canoa per 4 mesi, in Africa&#8230; sempre in canoa per 5 anni; rapito da una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-inventati/curriculum-vitae/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Nome, Cognome: Hermann Stevenson</p>
<p>Data di Nascita: 30/12/1980</p>
<p>Luogo di Nascita: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p>Attestati di studio: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p>Esperienze professionali: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p>Luogo delle esperienze: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p>Stato civile: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p>Malattie avute: &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p>Ultimi paesi tropicali visitati: &#8230;.</p>
<p>Annotazioni personali: Stato in Alaska in canoa per 4 mesi, in Africa&#8230; sempre in canoa per 5 anni; rapito da una tribù africana e fatto capo tribù dopo 2 anni, perso in Tanzania alla ricerca del diavolo, coinvolto nell&#8217;eruzione di un vulcano si Nuova Zelanda, eremita per 2 anni sul monte Fuji, compagno di giochi delle tigri della savana per 1 mese, amico<span id="more-328"></span> stretto degli aborigeni (non cannibali), esperto funambolista sonnambusista tra i grattacieli, giocoliere coi ricci, cacciatore di tesori insepolti.</p>
<p>Alle 15.30 del 15/3/2010 un uomo di probabili origini extraterrestri ha tentato di raddrizzare il monumento della stortitudine mondiale, grazie all&#8217;ausilio di 6 grossi, grassi elefanti africani.</p>
<p>Un episodio che è, nella storia, per gravità, pari soltanto all&#8217;invasione di Annibale nel&#8230;. a.C. L&#8217;uomo aveva legato catene spesse 5 cm alla sommità del cilindro pendente, dopo aver camminato su un filo di 1 mm per 5 minuti che partiva dal suolo e finiva al terzo piano della torre.</p>
<p>Le forze dell&#8217;ordine sono intervenute in ritardo, e avevano difficoltà nel catturare l&#8217;uomo mentre cavalcava gli elefanti: &#8220;non c&#8217;arrivavamo&#8221; fu il commento di un agente di polizia.</p>
<p>L&#8217;uomo riportò tutto in ordine, forze dell&#8217;ordine comprese, riuscendo nel suo intento. Purtroppo le conseguenze furono drammatiche: la ex mitica torre era finalmente dritta mentre il paesaggio circostante si era piegato di quindici gradi.</p>
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		<title>Il condominio&#8230; (libera interpretazione del libro di Ballard)</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 13:26:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti inventati]]></category>
		<category><![CDATA[ballard]]></category>
		<category><![CDATA[condominio]]></category>
		<category><![CDATA[robert laing]]></category>

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		<description><![CDATA[Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a dar da mangiare al cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell&#8217;immenso condominio nei tre mesi precedenti. Lo spunto era nato dall&#8217;ennesima visita, pochi minuti prima, della signora Lambertine che, ansimante, si presentò davanti la porta dell&#8217;appartamento del dottore implorando aiuto perchè [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-inventati/il-condominio-libera-interpretazione-del-libro-di-ballard/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a dar da mangiare al cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell&#8217;immenso condominio nei tre mesi precedenti.</p>
<p>Lo spunto era nato dall&#8217;ennesima visita, pochi minuti prima, della signora Lambertine che, ansimante, si presentò davanti la porta dell&#8217;appartamento del dottore implorando aiuto perchè il marito si sentiva poco bene.</p>
<p>&#8220;Eccoci di nuovo&#8221; sbuffò il dottore, che non sembrava affatto preoccupato dell&#8217;accaduto anzi, mostrando una fredda indifferenza di fronte al terrore della signora, saliva le scale, non curante che venisse seguito.</p>
<p>&#8220;è caduto all&#8217;improvviso, un&#8217;altra volta, cosa succede???!!&#8221; annaspò la signora.</p>
<p>&#8220;Sì sì&#8230;&#8221; disse il dottore mentre entrava nell&#8217;appartamento del quarto piano.</p>
<p>Il corpo dell&#8217;uomo giaceva sul pavimento, in posizione rigida e storta. Il dottore risistemò l&#8217;uomo sulla poltrona, e ordinò il colletto del pigiama prima di<span id="more-325"></span> riconsegnarlo alla sconsolata vedova. Dopo il dottor Laing ritornò nel suo appartamento senza salutare.</p>
<p>Ringhiò: &#8220;Ha fatto di tutto per morire e c&#8217;è riuscito, ed ora è costretto su una poltrona, morto e imbalsamato a continuare a &#8216;vivere&#8217; con la causa del suo trapasso&#8221;.</p>
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		<title>Il punto di vista di&#8230; (2)</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 13:12:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti inventati]]></category>
		<category><![CDATA[bici]]></category>
		<category><![CDATA[giorni]]></category>
		<category><![CDATA[punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[scheletro]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mio scheletro di metallo non sopporta più. Sono stanca e ormai invalida, buona soltanto per essere osservata mentre mi stanno rottamando. Eppure devo resistere, o almeno costringermi a farlo, anche solo per un ultimo viaggio. Già penso all&#8217;ultimo regalo, quello che riceverò quando saremo arrivati, dopo quattro ore di tragitto. Il tuo sorriso, sudato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-inventati/dal-punto-di-vista-di-2/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Il mio scheletro di metallo non sopporta più. Sono stanca e ormai invalida, buona soltanto per essere osservata mentre mi stanno rottamando. Eppure devo resistere, o almeno costringermi a farlo, anche solo per un ultimo viaggio. Già penso all&#8217;ultimo regalo, quello che riceverò quando saremo arrivati, dopo quattro ore di tragitto. Il tuo sorriso, sudato, stanco ma completo a suggellare la mia fine.</p>
<p>Ho la catena divorata dalla ruggine, mossa soltanto dalla rigida forza di volontà insita delle cose immateriali, e una ruota storta, l&#8217;anteriore, condanna fin dalla nascita, che danneggia la mia postura. Il mio unico occhio non emana più nessuna luce, se non il riflesso dei fari esterni; i miei freni non hanno un mm di vita, ma ci sono troppo affezionata per separarmene.</p>
<p>Posso raccontare di essere stata nel fango, sui ponti, nel cemento fresco, in cima ad una collina, sotto la pioggia, in garage, nel traffico e sopra il traffico, in treno, nelle viti, sui campi di lavanda, sulla neve e nella neve, su un albero, su un palcoscenico, alle prese col vento, con i cani randagi, con i pirati di strada, in dolce compagnia a volte, ma anche sola&#8230; Ho vissuto giorni che avevano il peso di anni e così il tempo, per me, trascorse<span id="more-322"></span> velocemente, più di chiunque altro. Così ti prometto, aspettandoti fuori da un hotel, che ti accompagnerò ancora una volta a casa, come se fosse l&#8217;ultima.</p>
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		<title>Il punto di vista di&#8230; (1)</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 13:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti inventati]]></category>
		<category><![CDATA[lancette]]></category>
		<category><![CDATA[orologio]]></category>
		<category><![CDATA[punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[Vedo una stanza, un letto&#8230; dei libri sul letto, e una scrivania, dei libri sulla scrivania. Sulla destra, c&#8217;è uno scaffale. Ricolmo di libri, e libri e quaderni, ma principalmente libri, dopobarba, shampoo, bagno schiuma, profumi e deodoranti. In realtà, la scrivania, non si vede più! Sommersa in un mare di oggetti Inutili (quelli che servono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-inventati/il-punto-di-vista-di/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Vedo una stanza, un letto&#8230; dei libri sul letto, e una scrivania, dei libri sulla scrivania. Sulla destra, c&#8217;è uno scaffale. Ricolmo di libri, e libri e quaderni, ma principalmente libri, dopobarba, shampoo, bagno schiuma, profumi e deodoranti. In realtà, la scrivania, non si vede più! Sommersa in un mare di oggetti Inutili (quelli che servono non a tutti).</p>
<p>Osservo dietro l&#8217;ombra di due &#8220;O&#8221; che compongono la parola complicato e la frase &#8220;è complicato&#8230;&#8221; sul mio ventre. Non ho ciglia da sbattere, anche perchè non mi vengono mai lacrime tranne quando si appanna tutto.</p>
<p>Scorro e vedo scorrere, o per meglio dire, vedo correre&#8230; la figura che mi tiene compagnia solo di notte e che, al risveglio, scambia un&#8217;occhiata con me, lenta e prolungata, quasi come se capisse di vedere cosa sto segnando, così cerco di aiutarla e guarda anch&#8217;io, vedo dove sono andate a finire le mie lancette. Si rende conto, e d&#8217;improvviso scalcia, urla<span id="more-290"></span> e sbraita, forse per destarsi dal sonno, ma il risultato è il terrore nei suoi occhi e la sorpresa nei miei. In un attimo si alza e scatta, corre di nuovo, via, con la furia di chi non si è appena svegliato.</p>
<p>Ho una visuale interrotta dall&#8217;occlusione di una lancetta, quella più lunga, che mi lascia dormire, per due minuti di ogni ora, per ciascun occhio. Sono un osservatore appeso che scorre, un raccontatore del tempo. Vedo il disordine di una stanza accordato al mio incessante scandire. Le mie 12 sono le dodici di tutti. Le 12 e un minuto di tutti sono le mie 11 e 59.</p>
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		<title>Perchè si scrive?</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 13:17:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti inventati]]></category>
		<category><![CDATA[dedica]]></category>
		<category><![CDATA[masturbazione]]></category>
		<category><![CDATA[pensieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Parte I: Per masturbarsi!! &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.. &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.. &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230; &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.. &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;. &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230; &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.. &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;. &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230; &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.. &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230; Parte II: Se immagino di sfogliare le mie pagine, sono sicuro, anzi sicurissimo che mi soffermerei su una. Non devo metterci tanto per cercarla, so già dov&#8217;è, perchè non è né una pagina scritta, né un passo particolare. Mi soffermerei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-inventati/perche-si-scrive-2/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p><strong>Parte I</strong>:</p>
<p>Per masturbarsi!! &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..                       &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..<br />
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<p><strong>Parte II</strong>:</p>
<p>Se immagino di sfogliare le mie pagine, sono sicuro, anzi sicurissimo che mi soffermerei su una. Non devo metterci tanto per cercarla, so già dov&#8217;è, perchè non è né una pagina scritta, né un passo particolare. Mi soffermerei sulla dedica.</p>
<p>E penserei&#8230; ai mille giri di pensieri, allo stridere delle meningi, alla fatica contata in grosse gocce di sudore che mi ha permesso soltanto di tirare fuori le giuste parole di ringraziamento che ho sempre taciuto. Ma quella pagina nasconde ancora una cosa: il motivo per cui quelle pagine sono in piedi e mi parlano, sospirando mi dicono grazie, &#8220;s&#8217;immagini&#8221;.</p>
<p>E scrivo per poter dire, alla fine, all&#8217;ultima pagina, che, quanto scritto, c&#8217;è, esiste, anche se non è vero.</p>
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