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	<title>OkRacconti &#187; Racconti di vita</title>
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	<description>Un mondo senza alcuna logica, libero!</description>
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		<title>Correre&#8230; dietro che cosa non so, ma correre&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 12:22:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blanche</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti autobiografici]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di vita]]></category>
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		<description><![CDATA[Ogni volta che vedo questo pezzo di paesaggio pisano mi accorgo con un certa intensità dolorosa della mia incapacità di trascriverlo, di renderlo con fedeltà e umilità, come se in fondo le parole fossero limitate quando si trattava di raccontare un paesaggio. Passare dalla fotografia che ho in mente ancora perfettamente nitida alla pagina bianca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-autobiografici/correre-dietro-che-cosa-non-so-ma-correre/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Ogni volta che vedo questo pezzo di paesaggio pisano mi accorgo con un certa intensità dolorosa della mia incapacità di trascriverlo, di renderlo con fedeltà e umilità, come se in fondo le parole fossero limitate quando si trattava di raccontare un paesaggio.</p>
<p>Passare dalla fotografia che ho in mente ancora perfettamente nitida alla pagina bianca mi lascia sempre impotente: potrei parlare dei differenti componenti delle scena che ho ammirato stasera, il rosso del tramonto da far venire i brividi, la pietra rosa dell&#8217;acquedotto, le cime degli Alpi Apuane perse in una nebbia blu-grigia&#8230; ma anche se ci riuscissi mi mancherebbe sempre la cosa in più per riunirli tutt&#8217; insieme, per rendere quello che è stato oggi: uno spettacolo.</p>
<p>Come in pittura o in cucina si fa uso di un &#8220;legante&#8221;, anche la descrizione scritta ne ha disperatamente bisogno! Le parole, lo stile, la punteggiatura se ben scelti<span id="more-1382"></span> assumono il ruolo di &#8220;ponte&#8221; tra gli elementi che si vuole descrivere. Se potessi scegliere il mio stile di scrittura lo prenderei identico all&#8217;acquedotto, tutto in fluidità e continuità&#8230;. con delle linee curve che si appoggiano su altre più solide. Intanto, in mancanza di averlo trovato, questo posto sta diventando un&#8217;ossessione. E corro ancora.</p>
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		<title>Bagno caldo &#8211; Bagno freddo</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 14:38:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blanche</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti autobiografici]]></category>
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		<description><![CDATA[Nella casa dove sono cresciuta c&#8217;era una vasca da bagno. Fare il bagno la domenica sera spesso dopo una giornata passata fuori a giocare con i vicini era diventata poco a poco un&#8217;abitudine. Nella vasca fumante rimanevo a lungo, sia che mi portassi lo stereo per rilassarmi tenendo gli occhi chiusi per potermi perdere nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-autobiografici/bagno-caldo-bagno-freddo/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Nella casa dove sono cresciuta c&#8217;era una vasca da bagno. Fare il bagno la domenica sera spesso dopo una giornata passata fuori a giocare con i vicini era diventata poco a poco un&#8217;abitudine.</p>
<p>Nella vasca fumante rimanevo a lungo, sia che mi portassi lo stereo per rilassarmi tenendo gli occhi chiusi per potermi perdere nelle note di musica, sia che prendessi un libro affinché si prolungasse quello che in fondo poteva essere sbrigato in pochi minuti. Ovviamente l&#8217;esperienza della lettura nella vasca non è priva di rischio e alcuni libri miei portano ancora oggi le tracce dell&#8217;ambiente umido a cui sono stati sottoposti.</p>
<p>Il bagno è bello solo se dura poco&#8230; L&#8217;ho capito dopo tanti bagni cominciati in un piacere intenso e finiti in una sensazione di caldo insopportabile. Uscivo con il corpo rosso, la pelle grinzosa e un giramento di testa che mi faceva dimenticare presto il piacere<span id="more-1323"></span> iniziale!</p>
<p>Sulla costa nord della Bretagna, la temperatura del mare d&#8217;estate non supera i 17 gradi. Mi ci sono abituata da piccola eppure ogni volta che ci ritorno e che infilo il piede dentro rimango colpita. Un freddo che ti afferra quasi a volerti togliere il respiro quando l&#8217;acqua ti arriva all&#8217;altezza de petto. Troppo difficile entrarci progressivamente: rischi di girarti e di cambiare idea.</p>
<p>Il modo più efficace secondo me è di sfidare il mare, di entrarci con decisione senza mai esitare. Così faccio: con tre o quattro passi lunghi sono già dentro, l&#8217;istante dopo mi sono già tuffata. Comincia allora una lunga e energica nuotata che deve durare fino a che il corpo non si sia abituato alla temperatura.</p>
<p>Mi piace tantissimo quel momento, quando dopo aver superato la sensazione gelida il mio corpo si riscalda. Sembra di non voler fermarsi più e di muoversi da solo&#8230; è sparita completamente la sensazione di freddo e sento il mio corpo invaso da un amichevole benessere.</p>
<p>Amo tantissimo nuotare, imprimere ai miei pensieri il movimento regolare del nuoto. Mi calma, mi riconcilia con questo corpo che improvvisamente sento leggero e come nuovo. Il bagno può allora durare tantissimo tempo e ne esco rinvigorita, in grande forma e soprattutto in pace con me stessa.</p>
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		<title>Vernissage 2: divertimento linguistico</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 11:01:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blanche</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti autobiografici]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di vita]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono seduta accanto all&#8217;artista nella prima fila del pubblico; quando sono arrivata sul mio sedile c&#8217;era un foglio di carta con scritto sopra &#8220;riservato&#8221;. Gli altri avevano il loro nome e cognome sul foglio ma nel mio caso nessuno sapeva, fino a qualche ora prima dell&#8217;inizio dell&#8217;inaugurazione, che ci sarebbe stato bisogno di una inteprete [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-autobiografici/vernissage-2-divertimento-linguistico/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Sono seduta accanto all&#8217;artista nella prima fila del pubblico; quando sono arrivata sul mio sedile c&#8217;era un foglio di carta con scritto sopra &#8220;riservato&#8221;. Gli altri avevano il loro nome e cognome sul foglio ma nel mio caso nessuno sapeva, fino a qualche ora prima dell&#8217;inizio dell&#8217;inaugurazione, che ci sarebbe stato bisogno di una inteprete per l&#8217;artista e così hanno scritto solamente &#8220;riservato&#8221;.</p>
<p>Infatti, mi hanno chiamata all&#8217;ultimo, quando si sono rinvenuti che ci sarebbe stato bisogno di tradurre l&#8217;intervista dell&#8217;artista, visto che non parlava una parola d&#8217;italiano.</p>
<p>Artista definito sulla carta come franco-americano, il cui nome mi era sconosciuto e sul quale cerco di farmi una rapidissima idea cercando all&#8217;ultimo momento informazioni su internet.</p>
<p>Purtroppo la scoperta di questi dati non riesce a darmi un quadro chiaro del personaggio ma mi confonde solamente: non capisco bene perché hanno chiesto un&#8217;interprete dal francese all&#8217;italiano se su internet è scritto dappertutto che l&#8217;artista vive e lavora da<span id="more-1242"></span> anni negli Stati Uniti. Cosi scopro che è nato in Francia, ma che aveva solo qualche mese quando sua famiglia ha deciso di lasciarla per attraversare l&#8217;oceano Atlantico.</p>
<p>Mah&#8230; Chissà in che situazione mi sono messa accettando questo incarico!</p>
<p>Eppure ho fatto bene perché mi sono divertita assai.</p>
<p>Quando l&#8217;artista è arrivato, gli sono stata presentata e abbiamo cominciato a comunicare in francese: si vedeva chiaramente o meglio si sentiva bene che non praticava da un po&#8217; di tempo e che la sua conoscenza della geografia francese lasciava un po&#8217; da desiderare! È anche vero che la mia città natale non fa parte delle dieci città più importanti, però insomma nemmeno si tratta di un paesino sperduto!</p>
<p>Siccome poi eravamo seduti l&#8217;uno  accanto all&#8217;altro e l&#8217;inaugurazione tardava ad iniziare, abbiamo proseguito a scambiarci informazioni e mi sono permessa di fargli qualche domanda sul suo lavoro e poi sull&#8217;intervista di quella sera. Mi confessa che non parla francese da più di dieci anni, cosa che non mi stupisce vista la fantasia del suo vocabolario infarcito d&#8217;inglese e io gli confesso che non capisco bene perché sia stato stabilito che avrebbe parlato in francese quella sera! Sicuramente l&#8217;inglese sarebbe stato più facile per lui! Ammette di non sapere bene perché tutti, dal gallerista al direttore di museo che stasera farà la parte del giornalista, abbiano sempre dato per scontato la scelta della lingua.</p>
<p>Trovo questa situazione assai assurda e mi viene una grande voglia di ridere. Per fortuna, l&#8217;artista non manca di umorismo ed eccoci a scambiare uno sguardo complice accompagnato da una risata, anche se discreta visto il contesto formale in cui ci troviamo. Presto si è istaurato tra di noi un clima molto rilassato e simpatico, chissà se il fatto di essere due stranieri abbia facilitato il processo per rompere il ghiaccio oppure il fatto di condividere questo quasi segreto che ci diverte alla faccia di tutti!</p>
<p>E dunque, alla fine ecco come potremmo riassumere la situazione: l&#8217;artista in un francese poco francese risponde alle domande, io madrelingua francese provo a restituire in un italiano sicuramente non perfetto una lingua strana che sono l&#8217;unica a capire e che mi fa venire una grande voglia di ridere.</p>
<p><em>Leggi anche: <a title="Vernissage" href="../2010/07/26/vernissage/" target="_self"><strong>Vernissage</strong>.</a></em></p>
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		<title>Vernissage</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 08:43:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blanche</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti di vita]]></category>
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		<description><![CDATA[Sul biglietto d’invito, mandato a più di 800 persone, era scritto che l’inaugurazione iniziava alle 21. Ma, in realtà, il pienone nelle sale del museo ci fu verso le 22, o meglio dalle 22 in poi, visto che io andai via proprio nel momento di maggiore affluenza e di conseguenza molto prima della fine della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-di-vita/vernissage/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Sul biglietto d’invito, mandato a più di 800 persone, era scritto che l’inaugurazione iniziava alle 21. Ma, in realtà, il pienone nelle sale del museo ci fu verso le 22, o meglio dalle 22 in poi, visto che io andai via proprio nel momento di maggiore affluenza e di conseguenza molto prima della fine della serata.</p>
<p>Ho avuto grande possibilità di osservazione quella sera, un po’ perché non conoscevo nessuno, un po’ perché la mia natura riservata e poco socievole non mi rendeva molto propensa a mischiarmi nella folla mondana.</p>
<p>E devo riconoscere che vedere le coppie percorrere i piani del palazzo-museo era come trovarsi a una sfilata di moda, o ad una gara di eleganza, con una larga predominanza di tacchi alti e vestiti corti, molto corti.</p>
<p>Un’esplosione di colore in questa serata estiva che faceva concorrenza ai quadri colorati dell’artista esposto! Saluti, sorrisi, strette di mani, perfino abbracci a seconda dell’importanza dell’ospite; il direttore porta una giacca bianca, e sua moglie una vestito di<span id="more-1117"></span> seta verde acceso che le lascia la schiena nuda, niente da ridire, il buon gusto è perfetto.</p>
<p>Il sorriso e l’entusiasmo non li abbandonano mentre accolgono gli invitati e li guidano per le sale; invece io li osservo silenziosa chiedendomi come sia possibile riuscire ad entrare così bene nel loro ruolo. Ma subito mi ricordo le parole del direttore rivolte a noi, due poveri stagisti, sull’importanza della comunicazione nel mestiere, materia che avevo tra l’altro studiato per dieci anni. L’utilità fondamentale delle strategie di marketing&#8230; L’importanza di ogni gesto e di ogni parola quando hai solo 20 secondi per convincere l’interlocutore, perché funziona così, è così oggi se vuoi colpire!</p>
<p>Sospiro&#8230; non ci siamo, io sono anni luce da queste nozioni, non sono brava a convincere e nemmeno mi interessano tanto le strategie di marketing! Ecco che mi irrigidisco e che inizio a sudare (perché, in più, con tutte queste persone c’è un caldo insopportabile), pensando a cosa ci sto facendo lì. E siccome sono bravissima nel registro drammatico, mi faccio una seconda domanda più generale chiedendomi se in fondo esiste un posto dove davvero mi potrei sentire bene e sentirmi competente. All’improvviso mi sembra che tutti possano vedere il mio disagio e stupirsi di quanto io sia fuori posto.</p>
<p>Meglio muoversi, fare due passi: vado a vedere la mostra nonostante la conosca già, ma non importa, perché solamente davanti ai quadri, nella mia solitudine, inizio a sentirmi un po’ meglio.<br />
Cammino, mi fermo, osservo i quadri, riparto e mi fermo di nuovo, provo a rimandare più possibile il momento in cui dovrò riscendere nella sala reception&#8230; Il problema è che anche se volessi andare via dovrei cercare e salutare il direttore e sua moglie, a cui sono stata affiancata per fare lo stage. Sarebbe brutto sfuggire senza dire nulla, anche se in fondo è probabile che loro non se ne accorgerebbero, anzi è più che probabile, è sicuro che non importerebbe a nessuno&#8230; Però, insomma, nel dubbio giochiamoci la carta dell’educazione.</p>
<p>Ahimè, e io che volevo sfuggire, ecco che mentre saluto la moglie, arriva il marito che non trova niente di meglio da fare che chiedermi cosa penso della mostra, aggiungendo subito con un sorriso da vincente che ovviamente questa domanda non mi lascia tanta possibilità di risposta! Ovviamente ricambio il sorriso e l’ironia sottolineando quanto mi sia davvero piaciuta.</p>
<p>Peccato che non trovo niente da aggiungere perché in quell’istante non mi vengono argomenti in quel senso, ma proprio nessuno. Mentre invece, mi verrebbe da dirgli che non ho ancora ben capito la sua scelta ovvero il confronto tra questi due artisti in particolare, che sto ancora cercando una chiave di lettura e che più ci provo e meno ci riesco e quindi meno ci riesco più mi sento cretina. E poi, non mi viene niente da dire perché non so inventarmi le cose e siccome metà delle opere non mi piacciono per niente (esteticamente parlando) è meglio che taccia.</p>
<p>Comunque non importa, il direttore sta già salutando un vecchio amico, e scusandosi con l’espressione che significa testualmente “non mi posso, ovviamente, fermare con la stagista quando ci sono tanti inviti importanti che stanno arrivando”, il direttore sparisce in fretta.</p>
<p>Pure io! Per la strada posso finalmente tirare un sospiro di sollievo, mi allontano veloce, quasi corro, talmente grande è la fretta di ritrovarmi in un ambiente più idoneo. Via, a Casa!</p>
<p><em>Leggi anche:<a title="Vernissage 2" href="http://www.okracconti.com/2010/09/16/vernissage-2/" target="_self"><strong> Vernissage 2</strong></a></em><em>.</em></p>
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		<title>Feeling a stranger everywhere</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 00:19:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti di vita]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mondo è pieno di stereotipi, si sa. Ed ognuno, forse, nella vita è o è stato vittima di un&#8217;etichetta (tipo: sei ingegnere allora hai la mente quadrata, sei artista allora sei un fricchettone e cose del genere) soprattutto qui da noi, dove le etichette piacciono molto. Io ho provato a dare una spiegazione a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-di-vita/feeling-a-stranger-everywhere/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Il mondo è pieno di stereotipi, si sa. Ed ognuno, forse, nella vita è o è stato vittima di un&#8217;etichetta (tipo: sei ingegnere allora hai la mente quadrata, sei artista allora sei un fricchettone e cose del genere) soprattutto qui da noi, dove le etichette piacciono molto.</p>
<p>Io ho provato a dare una spiegazione a questa cosa delle etichette e ho pensato che prenderò come valida per l&#8217;Italia una spiegazione che un caro amico romano mi ha dato per Roma: siamo troppi, troppa gente in pochi chilometri quadrati, bisogna organizzare, definire tutta questa moltitudine in qualche modo.</p>
<p>E vabbé, al di là delle brutte conseguenze che questa organizzazione può avere sulle persone singole, prendiamo questa spiegazione per buona, giusto per rispettare la buona fede di chi usa e abusa di categorie e definizioni.</p>
<p>In fondo è vero: in Italia siamo davvero troppi. Siamo più di 60 milioni, ben 200 per chilometro quadrato. Avete capito bene. Significa che ogni 10 metri che fai hai la<span id="more-1088"></span> possibilità di incontrare almeno due persone, il che significa che se un giorno non vuoi vedere proprio nessuno non ti rimane che stare fermo dove sei.</p>
<p>Allora, se la mettiamo così, mi spiego anche l&#8217;immobilismo di questo paese: la gente ha un bisogno innato dei suoi spazi e dei suoi tempi, dei suoi momenti e del suo silenzio, così, in questa situazione demografica, non ci resta che stare fermi dove siamo.</p>
<p>Tutta quella storia dell&#8217;uomo che è un animale sociale etc etc.. non vuol dire che ci piace avere le persone che ci camminano ad un metro di distanza ovunque andiamo. Quella non è socievolezza ragazzi. Quella è solo molestia. E così, per evitarla, stiamo fermi. Tutto qui.</p>
<p>Avrei voluto avere la stessa lucidità e la stessa proprietà di linguaggio quando in Norvegia il mio papà ospitante mi mostrava orgogliosamente di cosa sono capaci i norvegesi: non sporcano, non si ammazzano tra di loro (al massimo se stessi, ma il danno provocato non a terzi ci sta&#8230;), riciclano, discutono pacificamente, lavorano con dedizione e passione ed una serie di cose bellissime che non sto qui ad elencare.</p>
<p>Premettendo che adoro la Norvegia ed in generale i paesi nordici; penso però che nessuno meriti di essere risparmiato da qualche osservazione, così, giusto per non peccare di superbia.</p>
<p>Posso dire con assoluta certezza, dopo quasi 10 anni di tentativi ed esperimenti, che quel sistema, ahimé, non è di facile importazione.</p>
<p>Partiamo dalla pulizia. La neve, da sola, non sporca. I prati conservati in luoghi freschi e asciutti non si seccano, non si trasformano in fango e poi in POLVERE e quindi, non portano sporcizia.</p>
<p>Va da sé che essere puliti dove non c&#8217;è sporco è molto facile. Adesso non vorrei che gli affetti da xenofobia latente sostituiscano i loro “sporco qui e sporco là” con dei più-politically-correct “impolverato qui, impolverato là”&#8230; Era solo un modo per dire che la pulizia talvolta è un compito facilitato per alcuni e non per altri&#8230; E non parlo solo della polvere.</p>
<p>A 69,14 gradi di latitudine ho visto gente sudare a neanche 20 gradi centigradi&#8230; non sudare, grondare come una trapunta appena lavata e stesa fuori dal balcone! E mentre stupita di tale sensibilità cutanea osservavo le persone intorno a me, indossando la mia immancabile giacchetta di cotone, mi sentivo dire “tu hai sicuramente caldo, solo che vuoi far vedere che non lo soffri”. Ma cosa dovrei soffrire?! Sopportavo bene quel tepore primaverile, un po&#8217; meno l&#8217;atteggiamento odioso di alcuni, quello si universale, a differenza della pulizia, e certamente senza suolo e bandiera.</p>
<p>Poi lassù si discuteva pacificamente. Si, è vero. Per me un vero e proprio relax. Niente urla, niente sovrapposizione di voci e pareri, tutto era chiaro e tutto era tranquillo. Tutto questo con 14 abitanti per chilometro quadrato, il che significa che per discutere con qualcuno lo devi proprio andare a cercare. E dopo che sei andato a cercarlo ci vuoi anche litigare? Sarebbe troppo irragionevole per della gente che calcola i pro e i contro anche dell&#8217;andare in vacanza.</p>
<p>Ecco, io direi che ad alcuni piace vincere facile e questi sono proprio i norvegesi! Ma sarei ingiusta e cadrei anche io nel vortice degli stereotipi se mi limitassi a ciò. Per questo vorrei spezzare una lancia in loro favore demolendo qualche stereotipo al contrario che anche loro, come tutti, subiscono.  Ed allora, sulla scia di un libro che mi è caro, che si intitola “In Sardegna non c&#8217;è il mare-  vorrei sfatare anche io qualche mito.</p>
<p>I norvegesi, e più in generale i nordici, sono un popolo freddo ed individualista.<br />
Freddo&#8230; nel senso della temperatura corporea? 37 gradi come prevedono le condizioni di sopravvivenza umana. Nel senso del far festa, beh, ho partecipato a feste di studenti, di paese, di famiglia, comandate e non, in cui ho riso, chiacchierato e ballato – anche senza alcool- come e quanto quaggiù. Di freddo c&#8217;era la neve e le bibite rinfrescanti, quello si.</p>
<p>Individualisti nel senso che pensano a loro stessi? Volete dire discreti? O che pensano ai loro affari? E quelli che si iscrivono ad un partito per vincere una gara d&#8217;appalto o che dirigono un sindacato per vincere un concorso o avere ferie pagate doppie stanno pensando a chi? Alla comunità? Ho visto rispettare regole condivise in ogni contesto, dalla scuola, alle poste, dal commerciante, all&#8217;impiegato postale e questo mi sembra il primo modo di esprimere un senso di comunità.</p>
<p>Ed io? Anche io sono stata vittima di stereotipi, in quanto sarda, in quanto italiana, in quanto europea. Da quando andavo in colonia da bambina e mi sentivo chiedere se in Sardegna c&#8217;erano i negozi, se mio padre era pastore e se ballavo il ballo sardo. Le risposte sono, rispettivamente, si, no, no. Così, a titolo informativo.</p>
<p>Poi sono passata ai “non so se mi posso fidare di te, sei italiana”, fino al più edificante “tu sei saggia, perché sei europea”. Inutile dire che di fronte a tali affermazioni qualche domanda mi si è posta! La prima è stata: perché tutti hanno qualcosa da dire sulla mia provenienza tranne me?</p>
<p>“Da dove vieni? Sardegna. Ah bello!”… ma perché? Belle le spiagge? Bello il paesaggio? Bello essere turista&#8230; si, ma non di se stessi, come saggiamente dice il caro Marcello Fois.</p>
<p>E poi il giro si chiude, quando si torna a casa. “La parigina, quella che ha studiato l&#8217;inglese, la donna di mondo, quella che se la tira, la sarda-norvegese”&#8230; e nel paese dei nomignoli, dove anche una Olga può diventare Luigina per i più, io divento tutte quelle cose e mi manca terribilmente il mio nome. Cinque lettere, semplice.</p>
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		<title>Quello che non ho è quel che non mi manca</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 01:34:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti di vita]]></category>
		<category><![CDATA[abbraccio]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[nonne]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Di lei mi ricordo l&#8217;abbraccio. Le arrivavo appena ai seni a quei tempi e quando mi abbracciava affondavo il mio viso nella sua pancia e mi ricordo il tatto, i suoi vestiti dai colori scuri: grigio, bordeaux, marrone e delle minute fantasie floreali senza allegria. Ricordo lo scialle che portava al collo ed il fazzoletto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-di-vita/quello-che-non-ho-e-quel-che-non-mi-manca/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Di lei mi ricordo l&#8217;abbraccio. Le arrivavo appena ai seni a quei tempi e quando mi abbracciava affondavo il mio viso nella sua pancia e mi ricordo il tatto, i suoi vestiti dai colori scuri: grigio, bordeaux, marrone e delle minute fantasie floreali senza allegria. Ricordo lo scialle che portava al collo ed il fazzoletto sul capo, immancabile. Vorrei ricordarmi il suo profumo.</p>
<p>C&#8217;è un immagine con cui Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi chiudono il film Persepolis, in cui la protagonista si addormenta ricordando l&#8217;abbraccio della nonna ed io in quella scena sento la morbidezza del ventre al quale mi sono stretta così tante volte da piccola.</p>
<p>Con mio padre parlava il sardo ed io non capivo quasi mai l&#8217;intero scambio di battute e lui, per questa mia mancanza ha sempre commentato, con una risata, “<em>scarsixedda sesi</em>”: come sei scarsa.</p>
<p>Avrei rimediato a quella mia mancanza alla fine dell&#8217;estate. Avrei dovuto scrivere la sua storia, l&#8217;avrei scritta in sardo per poi tradurla. Agnese aveva 81 anni di storia da raccontare e mi ricordo solo che la proposta non le dispiacque. Quelle storie però io non le<span id="more-943"></span> ascoltai mai perché alla fine dell&#8217;estate lei se ne andò portandosele via. E così anche la mia lacuna linguistica da quel giorno non sarebbe mai stata colmata.</p>
<p>Da colmare c&#8217;era anche un vuoto, credo. In chiesa piansi talmente tanto che mi portarono via, ma in realtà io ero commossa più che sofferente. Mi hanno sempre commosso le unioni, nella gioia, nella sofferenza, nella solidarietà. La condivisione mi porta, quasi per un misterioso automatismo, alle lacrime.</p>
<p>La sua storia la ascolto ancora, a pezzi, dalla voce di chi l&#8217;ha conosciuta bene e l&#8217;idea che mi sono fatta è quella di una donna manager della povertà, una bismark della periferia più periferica, ma di cui lei era il centro e lo dominava. L&#8217;unica che, in un gioco di alleanze e zizzania avrebbe superato lo statista prussiano. “Aveva un&#8217;intelligenza luciferina ed una modernità rara da trovare”, specialmente a quei tempi ed in quei luoghi.</p>
<p>Tanto moderna da parlare, ai margini della campagna iglesiente degli anni &#8217;70 della contraccezione come una cittadina metropolitana: “<em>ai miei tempi non c&#8217;erano quelle cose che si mettono e che si prendono</em>” diceva..  Meno male dico io, che sennò non sarei qua a scrivere di lei!</p>
<p>Nella via parallela a quella della sua casa, a Campo Romano, c&#8217;era una casa beige, ad un solo piano, e Ida viveva lì.  Cantava sempre. Cantava quando spazzava le mattonelle grigie a fiori gialli della cucina, quando ci incamminavamo insieme verso la pasticceria di Nieco, accanto a casa, giusto in fondo alla discesa asfaltata.</p>
<p>La melodia ce l&#8217;ho ancora in mente, insieme a poco altro. In un paradossale gioco del destino la vita mi ha fatto dimenticare più di quanto la morte avrebbe fatto. L&#8217;ho avuta davanti agli occhi per più di 10 anni, ma nessuno sapeva dove lei fosse veramente. Ipotesi, osservazioni, a volte imbarazzi, affetto, tentativi, lacrime, sforzi, sofferenza costante hanno accompagnato quel lungo finale di percorso che mi ha fatto capire quanto il passaggio definitivo sia a volte più umano, felice e auspicabile che una vitalità biologica ad oltranza.</p>
<p>Donne, mogli e madri, quel lato femminile del mio passato lascia tracce indefinibili ed incomplete.</p>
<p>C&#8217;è chi le chiama seconde madri, chi si fa guidare dai loro consigli, incantare dai loro trascorsi, condizionare dalle loro aspettative. Io non lo so cosa mi avrebbero consigliato, né cosa avrebbero desiderato per me. Chissà. Mi piace pensare che avrebbero fatto sempre il tifo per il mio lato femminile e per quella determinazione isolana che ha permesso a loro di dare il meglio di sè e che a me, per il momento, ha fornito un salvagente quando la marea si faceva troppo alta.</p>
<p>Avrebbero fatto il tifo. Ed avrebbero avuto comprensione. Per le crisi adolescenziali, per le prime lotte e le prime sconfitte, per gli scontri generazionali, per la rabbia e la delusione, per la gioia incontenibile, per un primo amore allontanato con la minaccia e per gli amori rubati o sbagliati. Per la disillusione arrivata troppo presto insieme ad un&#8217;inguaribile voglia di sognare.</p>
<p>Avrei tante volte voluto un abbraccio per ogni lacrima. Una <em>medicina sarda</em> contro la sofferenza. Un abbraccio che potesse spiegare tutto, che potesse dirmi perché l&#8217;ambizione uccide, perché gli incidenti non si prevedono, perché una corda intorno al collo toglie la vita e ridona la libertà, perché non sempre si trova quella cura nascosta nella malattia. Un abbraccio che forse non avrebbe dato risposte, ma chissà, almeno attenuato il rumore assordante delle domande.</p>
<p>E poi quell&#8217;abbraccio lo senti, improvvisamente. E capisci che è così e basta. Che non ti è dato sapere, perché forse non è tutto questo ciò che è importante da sapere.</p>
<p>C&#8217;è il tram tram quotidiano, la scelta di un vestito, un progetto che sfuma, un malinteso, una corsa al parco, la ricerca di un tetto, la foga per un&#8217;impresa che comincia, le carte, gli appunti, le urla al telefono, le lunghe dormite, una diffidenza subita, una piccola delusione.</p>
<p>E poi ci sono le sere d&#8217;estate, un merlo che ti chiama dalla sua finestra, un bicchiere di vino bianco, candele e incensi, una canzone che non ascoltavi da anni, una risata gustosa, la complicità di una coppia d&#8217;amici, una gara tra amiche a chi scrive l&#8217;email meno sintetica, un piccolo successo quotidiano.</p>
<p>Un amore lontano, ma non così tanto. E prima di dormire pensi che tutto sommato è un gioco.<br />
Un saggio cinese diceva “<em>la vita è troppo seria per essere presa sul serio”</em>. Me la immagino scritta con gli ideogrammi e li vedo lì, galleggiare e spazzare tutte le preoccupazioni, i rancori, le paranoie, le ansie, i futuri scenari apocalittici ed i timori immediati.<br />
Bevo l&#8217;ultimo sorso e mi lascio andare a quell&#8217;abbraccio morbido, rasserenata dal fatto che, vada come vada, domani arriverà lo stesso. Ed io sarò lì ad aspettarlo.</p>
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		<title>Le ricette mancanti</title>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2010 12:35:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blanche</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti di fantasia]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di vita]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[felicità]]></category>
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		<category><![CDATA[proporzione]]></category>
		<category><![CDATA[quantità]]></category>
		<category><![CDATA[ricette]]></category>

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		<description><![CDATA[Un po&#8217; sconcertata lo sono… sì certo questo l’ammetto. Perché ci ho messo tanto impegno, tanta volontà e pazienza che non mi aspettavo un risultato così mediocre. E poi va anche detto che trovare l’oggetto delle mie ricerche mi avrebbe reso la strada più facile, cioè più evidente; avrei proseguito con maggiore sicurezza e suppongo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-di-fantasia/le-ricette-mancanti/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Un po&#8217; sconcertata lo sono… sì certo questo l’ammetto.<br />
Perché ci ho messo tanto impegno, tanta volontà e pazienza che non mi aspettavo un risultato così mediocre.</p>
<p>E poi va anche detto che trovare l’oggetto delle mie ricerche mi avrebbe reso la strada più facile, cioè più evidente; avrei proseguito con maggiore sicurezza e suppongo che i fondamenti della mia vita ne sarebbero usciti più solidi.</p>
<p>Eppure nulla… ho sfogliato uno per uno tutti libri di ricette che potevo trovare, dalle pergamene medievali alle raccolte più sintetiche per “gente sempre di corsa”… eppure niente.</p>
<p>Da nessuna parte sono stata in grado di trovare la ricetta che mi spiegasse come fare per trovare il mio posto su questa terra, gli ingredienti necessari per vivere serena e<span id="more-861"></span> felice,</p>
<p>la ricetta per conoscersi meglio</p>
<p>e capire di cosa abbiamo bisogno</p>
<p>la formula per non avere rimpianti</p>
<p>e quella per non dimenticare i ricordi</p>
<p>Ho scoperto che nessuno aveva mai scritto la ricetta per evitare gli sbagli o le fregature e che non esiste neppure la parola magica che illumina la strada giusta davanti a te tra le mille altre.</p>
<p>Ma soprattutto, soprattutto sono rimasta male del fatto di non aver trovato neanche qualche schizzo della ricetta dell’amore, quella che devo dire mi incuriosiva di più… e provo un po&#8217; di rabbia perché sicuramente sarà che qualcuno se n’è lavato le mani</p>
<p>come è possibile che nessuno mi abbia lasciato qualche indicazione anche solo per sapere come iniziare</p>
<p>le quantità d’affetto e di passione</p>
<p>le misure da rispettare o da non superare</p>
<p>la parola chiave che fa innamorare</p>
<p>e quella per rimanerlo</p>
<p>Nessun commento sull’arte di sapere condurre un litigio nella più antica tradizione,<br />
mi hanno lasciata senza nulla e io mi ci dovrei buttare così senza riferimento, tempo da seguire, senza bocca per assaggiare e aggiustare le proporzioni?</p>
<p>Di solito senza ricetta come facciamo? Guardiamo il vicino, l’esempio prima di noi… però i vicini offrono esempi così diversi che è impossibile tirarne alcuna conclusione certa</p>
<p>e per quello che riguarda l’esempio sopra di me mi manca la materia prima.</p>
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		<title>Modi di dire</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 14:36:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti di vita]]></category>
		<category><![CDATA[modi di dire]]></category>
		<category><![CDATA[proverbi]]></category>
		<category><![CDATA[saggezza popolare]]></category>
		<category><![CDATA[tempi antichi]]></category>
		<category><![CDATA[tempi moderni]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcune delle mie amiche mi hanno fatto notare che spesso uso proverbi e modi di dire popolari. Ed è assolutamente vero: è proverbiale la mia fama in campo di proverbi! Alcuni in particolare mi piacciono molto perché sintetizzano, in una breve frase, concetti molto ampi e articolati. Senza bisogno di aggiungere altro, si riesce a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-di-vita/modi-di-dire/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Alcune delle mie amiche mi hanno fatto notare che spesso uso proverbi e modi di dire popolari. Ed è assolutamente vero: è proverbiale la mia fama in campo di proverbi!</p>
<p>Alcuni in particolare mi piacciono molto perché sintetizzano, in una breve frase, concetti molto ampi e articolati. Senza bisogno di aggiungere altro, si riesce a capire tutto un mondo&#8230; E&#8217; un po&#8217; come una lampadina che si accende!</p>
<p>Possiedo anche, da buona toscana, un piccolo libro su proverbi e modi di dire toscani, che, a dire il vero, non ho mai consultato, perché mi pare che quelli che già uso siano sufficienti a descrivere tutta una serie di situazioni di mio interesse&#8230; Però mi piace sapere che, all&#8217;occorrenza, quel piccolo libro è lì e può suggerirmi una serie di frasi risolutive&#8230;</p>
<p>Mi sono chiesta spesso perché i proverbi mi affascinino tanto, e, sinceramente, non sono ancora riuscita a trovare una risposta definitiva&#8230; Posso soltanto addurre<span id="more-554"></span> supposizioni:</p>
<p>Forse perché i miei nonni, verso i quali ho sempre nutrito una sorta di riverenza per i tempi difficili che hanno attraversato, li hanno usati spesso ed io, incuriosita, ho sempre chiesto loro il significato di ognuno (le mie nonne li usano ancora oggi, quindi, volendo, posso ampliare ulteriormente il mio repertorio!)&#8230;</p>
<p>O forse perché questi proverbi provengono da tempi passati che loro hanno vissuto e che, a parer mio, hanno saputo affrontare con coraggio. E poter applicare modi di dire antichi ai tempi presenti mi dà, per certi aspetti, la sensazione rassicurante che anche noi, oggi, possiamo farcela&#8230; E&#8217;, in un certo senso, come applicare il passato al presente&#8230;</p>
<p>E&#8217; per tutti questi motivi e per la ferma convinzione che dal passato ci sia sempre da imparare, che mi piacerebbe che questo bagaglio di saggezza popolare non venisse perso dalle generazioni presenti!</p>
<p>Per arrivare al cuore dell&#8217;argomento, vorrei riportarvi alcuni degli esempi che più mi entusiasmano:</p>
<p>Premetto che non mi piacciono le persone totalmente prive di un minimo di autocritica e che, per di più, si concedono di criticare gli altri per atteggiamenti che ritengono sbagliati, ma che loro stesse assumono regolarmente senza, purtroppo, averne piena coscienza. Per questi soggetti trovo molto indicato il modo di dire toscano <em>&#8220;Cencio parla male di straccio&#8221;.</em> Dove &#8220;cencio&#8221;, in toscano, è sinonimo di straccio.</p>
<p>Coma avrete già capito, mi piace stare ad ascoltare i racconti degli anziani; spesso da loro ho sentito ripetere cose che per noi oggi sono impensabili, come:<em> &#8220;eh, in tempo di guerra s&#8217;andava a piedi da Pisa a Lucca per lavorare, con le scarpe sfondate&#8221;</em> oppure <em>&#8220;eh, ai mì tempi l&#8217;acqua dell&#8217;Arno era trasparente e si poteva bere, si mangiavano i muscoli (cozze) crudi appena pescati&#8221;</em>&#8230; e, a conclusione di questi racconti, è raro che manchi il seguente modo di dire: <em>&#8220;Si stava meglio quando si stava peggio&#8221;</em>&#8230;</p>
<p>Così mi trovo a riflettere sul fatto che, per alcuni aspetti e quasi paradossalmente, i &#8220;loro tempi&#8221;, per come venivano affrontati, appaiono &#8220;meno complicati&#8221; di parte del nostro presente, che sembra parallizzato e senza una qualche prospettiva di miglioramento per i giovani.</p>
<p>Altro detto che mi piace è <em>&#8220;Tre tre e quattro mai&#8221;</em>, che sta ad indicare una persona inconcludente o che resta ferma sempre allo stesso punto quando invece c&#8217;è fretta di fare una cosa qualsiasi e portarla a termine. Mi sembra che renda bene l&#8217;idea.</p>
<p>Ogni anno non manco di verificare il pronostico sulla pioggia contenuto nel seguente proverbio: <em>&#8220;Terzo aprilante quaranta giorni durante&#8221;</em>. Ossia: se piove il 3 Aprile, continuerà a piovere per 40 giorni, e, purtroppo, almeno nella mia città, lo farà! Figurarsi che il numero quaranta era collegato alla pioggia già ai tempi del diluvio universale. Quaranta sono i giorni passati nel deserto dagli ebrei; quaranta i giorni del digiuno di Cristo e i giorni della quaresima&#8230; E quaranta i giorni di pioggia se, malauguratamente, il 3 Aprile dovesse piovere!</p>
<p>Da ricordare sicuramente l&#8217;esclamazione<em> &#8220;L&#8217;uno lampa e l&#8217;altro tuona&#8221;</em>, che viene usata in riferimento al dialogo tra due persone che proprio non riescono a comprendersi, perché stanno usando due linguaggi evidentemente diversi.</p>
<p>Altro modo di dire che viene spesso usato dalle mie parti è: <em>&#8220;E&#8217; proprio vero, tra imbecilli si annusano&#8221; </em> per indicare che persone poco intelligenti si riconosco e si trovano bene insieme.</p>
<p>Per il momento non mi viene in mente altro&#8230; anche se sono sicura che, appena dopo la pubblicazione del racconto, la mia mente si affollerà di tanti altri modi di dire&#8230;</p>
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		<title>Senza musica</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 10:17:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kiyose</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti inventati]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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		<category><![CDATA[sordità]]></category>
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		<category><![CDATA[vuoto]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima di perdere l’udito, ogni volta che mi mettevo a scrivere ascoltavo una canzone. Ogni volta diversa, ma poi, sempre la stessa. Ascoltavo, e scrivevo. Quando il medico mi ha detto che per me non ci sono speranze di tornare a sentire, mi sono messo a piangere, come un bambino. Mia moglie non mi ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-di-vita/senza-musica/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>Prima di perdere l’udito, ogni volta che mi mettevo a scrivere ascoltavo una canzone. Ogni volta diversa, ma poi, sempre la stessa. Ascoltavo, e scrivevo.</p>
<p>Quando il medico mi ha detto che per me non ci sono speranze di tornare a sentire, mi sono messo a piangere, come un bambino. Mia moglie non mi ha visto. Quel giorno, non era in casa.</p>
<p>“Qualcuno mi ha detto che il centro dell’equilibrio sta nell’orecchio; adesso che le mie orecchie sono vuote, come ritroverò l’equilibrio? Come mi scrollerò di dosso questa vertigine che mi prende ogni volta che penso, che mi muovo, che parlo?”, ho detto al medico con le mie nuove parole vuote.</p>
<p>Parole come gusci rotti, che mi rimbombano in testa, parole che mi danno la nausea, come se tutto intorno si muovesse mentre io sono immobile e cado, al centro della scena.<span id="more-710"></span> Immobile, senza poter fare niente. Senza sentire niente.</p>
<p>Il medico mi ha scritto su un foglio che era così. Che sarebbe stato così, per sempre. Mi ha scritto di farci l’abitudine, di riprendere la mia vita di sempre, ristabilire la <em>routine</em>; solo così, ha scritto, potevo ritrovare il mio equilibrio. Nelle piccole cose, come per esempio il lavoro.</p>
<p><em>Sei fortunato</em>, mi ha scritto su quel foglio.</p>
<p><em>Tu fai lo scrittore. Puoi comunque scrivere. Non hai perso la vista. In quel caso sì, che sarebbe stata una tragedia.</em></p>
<p>“Perché, in quel caso sì?”, gli ho chiesto con le mie parole vuote.</p>
<p>Ancora quel movimento, la stanza in movimento, tutto in moto, tranne me. Immobile, al centro della scena. Ricordo che mi sono aggrappato alla sua mano, prima che iniziasse a scrivere per rispondermi. Lui mi ha guardato, chiedendomi con lo sguardo se fosse tutto a posto. Io ho lasciato la presa, facendogli credere di sì.</p>
<p><em>Sarebbe stata una tragedia, perché senza vedere non avresti potuto scrivere.</em></p>
<p>“Io conosco a memoria la tastiera del computer”, gli ho detto.</p>
<p>Parole vuote, la stanza che gira attorno a me. Vertigine, ancora, che mi afferra le gambe, mentre tutto intorno a me cade e mi trascina giù. Lui scuote la testa, sorridendomi. Non sa più che scrivere e io, infondo, lo capisco. Così lo lascio andar via, col pensiero che me ne farò una ragione, che prima o poi, lo accetterò.</p>
<p>Prima di perdere l’udito, ogni volta che mi mettevo a scrivere ascoltavo una canzone. Ogni volta diversa, ma poi, sempre la stessa. Ascoltavo, e scrivevo.</p>
<p>Qualche giorno fa, dopo la visita del medico, mi sono seduto davanti al computer. Ho aperto un vecchio file, con un racconto lasciato a metà e, istintivamente, ho acceso lo stereo. Poi, mi sono voltato a guardarlo. Lo stereo è rimasto muto, mentre si illuminava di luci rosse e verdi.</p>
<p>Le luci dicevano “acceso”.</p>
<p>L’ho spento.</p>
<p>Mi sono voltato di nuovo verso il racconto, lasciato a metà prima dell’incidente. Ho guardato quelle parole per ore, finché mia moglie non mi ha chiamato per la cena. Mi ha toccato una spalla e mi ha fatto segno, portandosi la mano alla bocca, che era ora di mangiare. Mi sono alzato dalla sedia sulla quale ho passato a scrivere gli ultimi vent’anni della mia vita. Mi sono alzato e le gambe se ne sono andate giù, insieme al pavimento che cedeva, sotto i piedi. Tutto ha iniziato a muoversi, nella stanza.</p>
<p><em>Hai ancora le vertigini?</em>, mi ha scritto mia moglie su un taccuino che si porta dietro ovunque e che adesso usa per comunicare con me.</p>
<p>Ho annuito, ma le ho fatto segno con la mano che non era niente. Lei mi ha sorriso, comprensiva.</p>
<p><em>“Senza musica non posso scrivere”</em>, ho detto al mio medico, il giorno seguente.</p>
<p>Lui mi ha guardato scuotendo la testa. Ha preso un foglio e mi ha scritto:</p>
<p><em>Allora non farlo</em>.</p>
<p>Io ho letto il foglio. Ho letto quella frase sul foglio, per qualche minuto. Quando ho sentito la sua impazienza attraverso il silenzio, che sul suo volto stava disegnando una specie di smorfia, ho detto:</p>
<p><em>“Senza scrivere non posso vivere”.<br />
</em><br />
Allora lui ha ripreso il foglio dalle mie mani ed ha scritto:</p>
<p><em>Invece puoi farlo.</em></p>
<p>Ma io ho scosso la testa, perché non lo credo. Ed ogni giorno che passa, ad ogni vertigine che mi provoca il silenzio che mi rinchiude, mi convinco sempre più del contrario.</p>
<p>Prima di perdere l’udito, ogni volta che mi mettevo a scrivere ascoltavo una canzone. Ogni volta diversa, ma poi, sempre la stessa. Ascoltavo, e scrivevo.</p>
<p>Questa sera, mia moglie è fuori con alcune amiche. È stato un periodo stressante per lei. Il mio incidente, i miei malumori, i miei capogiri, le visite, le liti silenziose che si accumulavano senza potersi dissolvere… Le ho detto di uscire, a cena con le sue amiche. Lei mi ha sorriso, ha pianto un po’ in bagno, poi, prima di uscire, mi ha baciato sulla bocca, come quando ci siamo sposati. Lo stesso bacio umido del giorno delle nozze. Io l’ho stretta qualche secondo di troppo e quando l’ho vista andare via, ho avuto la certezza che aveva capito.</p>
<p>Tra un minuto salirò sul parapetto del balcone, quello della camera da letto.</p>
<p>Mi sono tolto la fede e l’ho messa sul mio comodino, accanto all’orologio che mi regalò mio padre per la prima comunione.</p>
<p>Accendo un’ultima volta il computer.</p>
<p>Getto i racconti incompleti nel cestino e lo svuoto.</p>
<p>Sul desktop resteranno solo una cartella, “Finiti”, e questo file.</p>
<p>Quando spegnerò il computer, nonostante la vertigine che mi ha preso da quando ho perso l’udito, salirò su quel parapetto. Guarderò in basso per un istante, un solo istante, prima di chiudere gli occhi e lasciarmi cadere, giù, insieme a tutto quello che attorno a me non smette di muoversi. E allora, finalmente, grazie alla gravità, potrò lasciarmi alle spalle la vertigine.</p>
<p>E questo silenzio. Questo vuoto. Incolmabile, senza musica.</p>
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		<title>Consultazione</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 18:18:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blanche</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti di fantasia]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di vita]]></category>
		<category><![CDATA[consultazione]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[dottore]]></category>
		<category><![CDATA[marmo di Carrara]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Mi dica signorina, si accomodi. Cosa c&#8217;è che non va?&#8221; &#8220;Beh, ho un po&#8217; di febbre dottore, poca, sì poca&#8230; però mi sento agitata, non riesco più a riposarmi, non riesco più a rilassarmi, addirittura anche quando leggo non sono concentrata. Quello è un segno, brutto. Ho il cuore che mi batte veloce e poi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<fb:like href='http://okracconti.com/racconti-di-fantasia/consultazione/' send='false' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='like' colorscheme='light' font='lucida+grande'></fb:like><p>&#8220;Mi dica signorina, si accomodi. Cosa c&#8217;è che non va?&#8221;</p>
<p>&#8220;Beh, ho un po&#8217; di febbre dottore, poca, sì poca&#8230; però mi sento agitata, non riesco più a riposarmi, non riesco più a rilassarmi, addirittura anche quando leggo non sono concentrata. Quello è un segno, brutto. Ho il cuore che mi batte veloce e poi ho spesso voglia di piangere, dottore&#8230; guardi caso i fazzoletti di Andrea l&#8217;altro giorno non potevano essere più utili!&#8221;</p>
<p>&#8220;Ma, signorina, è che&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;No dottore, per favore, so quello che mi sta per dire, che starei meglio rinchiusa per un po&#8217; di tempo in un manicomio con cure e medicine adatte al mio malessere però&#8230; un po&#8217; ci ho riflettuto e ho pensato che forse esistesse un altro modo di curarmi. Se lei mi desse due minuti del suo prezioso tempo potrei provare a spiegarglielo.&#8221;</p>
<p>&#8220;Mmmm&#8230; ho sempre pensato che questi francesi avessero la puzza sotto il naso e che pretendessero di sapere tutto&#8230; me ne doveva capitare una che mi volesse<span id="more-695"></span> insegnare il mio lavoro, proprio a  me&#8230;. vada, signorina, vada, ho poco tempo&#8230;.&#8221;</p>
<p>&#8220;Grazie dottore, molto gentile. Ecco, dottore, ecco quello che ho pensato. Lei deve capire che sento in continuazione dentro di me, diciamo nella pancia, intorno allo stomaco, o da qualche parte nella zone dell&#8217;apparato digerente, una pallina dura dura come il marmo di Carrara.</p>
<p>Insomma&#8230;. per farla breve credo che una grande quantità di dolore e di rabbia si sia sedimentata lì e non se ne voglia andare via. Intanto mi brucia, mi infastidisce, mi bussa alla porta per ricordarmi la sua presenza, e  io mi sento di impazzire nell&#8217;incapacità mia di pensare ad altro,  di sbarazzarmene. Inutile dirle che ho perso la serenità che ultimamente avevo guadagnata.</p>
<p>E poi, aggiungerei che mi capisco male, che i miei atteggiamenti o reazioni mi sembrano strani&#8230; per farle un esempio dotto&#8217; se sono abbracciata mi metto a piangere, è una reazione automatica, una specie di riflesso come se nel mio cervello malato ci fosse un neurone per collegare direttamente il concetto di calore e affetto a quello del pianto&#8230; è pazzesco! Più veloce del TGV Parigi-Marsiglia&#8230; faccio per dire dottore, per essere sicura che Lei si renda ben conto di cosa  sto dicendo&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ma insomma, signorina, dove vuole arrivare?&#8221;</p>
<p>&#8220;Si dottore, ci arrivo&#8230; eccomi&#8230; ho pensato, dottore, che un modo per sollevarmi ci sarebbe. Basterebbe togliermi questa pallina che tengo stretta dentro di me. Non so se lei ha già fatto questo tipo di intervento, ma secondo me vale la pena provare.</p>
<p>Ho pensato a  tutto&#8230; non si preoccupi&#8230; un tubo, cioè prima faremmo scogliere la pallina e poi con il tubo basterebbe aspirarla, si immagini dottore&#8230; che sollievo&#8230; la mia rabbia dolorosa che se ne andrebbe via da me con la facilità di un fiume che scorre veloce. Buttata via, uscita&#8230; ciao, arrivederci, au revoir, vaffanculo, va te faire foutre&#8230;</p>
<p>Ci pensi  dottore&#8230; ora non mi deve dare una risposta, ci pensi poi mi faccia sapere, ma per favore ci pensi. La ringrazio dottore e, spero, a presto&#8221;.</p>
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